KLEOS - venerdì, 14 giugno 17:41

Bèlice o Belìce? (Dal n. 2 di Kleos del 26 gennaio 2008)

Il quesito “Bèlice” o “Belìce” è oggi più di ieri quanto mai attuale. In occasione del 40° anniversario del sisma del 1968, infatti, sono state in tante, fra le numerose Autorità invitate a parlare nei diversi centri belicini, a porsi il problema in considerazione delle sicure certezze di alcuni (quanto al ‘corretto’ modo di pronunciare […]

beliceIl quesito “Bèlice” o “Belìce” è oggi più di ieri quanto mai attuale. In occasione del 40° anniversario del sisma del 1968,

infatti, sono state in tante, fra le numerose Autorità invitate a parlare nei diversi centri belicini, a porsi il problema in

considerazione delle sicure certezze di alcuni (quanto al ‘corretto’ modo di pronunciare il nome del fiume) in contrapposizione

all’imbarazzo o all’indecisione o all’indifferenza degli altri. Comunque è capitato che nella stessa occasione (ad

esempio la messa solenne che ha concluso a Partanna le manifestazioni), il vescovo di Mazara, monsignor Domenico Mogavero,

abbia detto nella sua omelia “Belìce”, mentre il sindaco di Partanna, on. Enzo Culicchia, nel suo saluto alla fine della

stessa messa, abbia detto “Bèlice”. Il comune mortale, dopo queste manifestazioni, si è ancora di più domandato come si

dicesse veramente. La risposta potrebbe essere, se fossimo al bar, “ma chi se ne frega!”. In un editoriale, però, questa risposta

è poco opportuna e poco elegante. Diremo pertanto semplicemente che non c’è nessuna regola che imponga l’una o

l’altra pronuncia. Cercheremo ora di spiegare perché, suggerendo, però, ai nostri lettori poco vogliosi di concentrarsi su

argomenti non gradevolissimi, di saltare a piè pari quanto diremo da qui in poi e di leggere direttamente le conclusioni.

Agli altri, più coraggiosi, faremo presente l’ovvietà della questione, ormai, per la linguistica moderna a partire da Ferdinand

de Saussure, passando per il Wittgentstein delle “Ricerche Filosofiche” fino alla moderna sociolinguistica la cui data

di nascita viene per lo più indicata nell’ormai nota “Storia linguistica dell’Italia Unita” di Tullio De Mauro (1963): a decidere

il successo o meno di una parola o di un accento non è una presunta legge linguistica ‘oggettiva’ (per esempio, dicono i

sostenitori dell’accento ‘obbligatorio’ sulla i, che si dovrebbe dire “Belìce” perché prima del terremoto i vecchi abitanti della

zona dicevano in dialetto “Bilìci”. Poi quelli che fuori del Belice parlarono del terremoto del Belice, avrebbero imbastardito

tutto e diffuso “Bèlice” con i loro potenti mezzi espressivi). A decidere del successo o meno di una parola o di un accento,

dicevamo, occorre che intervengano due fattori: il primo è il lancio o l’imposizione culturale del termine da parte di una

grande personalità (o di un gruppo) del mondo della cultura, della politica, dello spettacolo, dello sport ecc. che usa uno o

più potenti mezzi di comunicazione. Poi occorre che la massa dei parlanti accolga quel termine o quell’accento, e lo faccia

proprio. In altri termini, come ci hanno insegnato gli studiosi citati e la moderna sociolinguistica, l’imposizione o meno di,

nel nostro caso, un accento (“Bèlice” o “Belìce”), è un fatto politico-culturale; quell’accento non è per niente dovuto né a

fattori di tipo logico né di tipo naturale. Facciamo un esempio banale: oggi nessuno avrebbe difficoltà a dire “canzonissima”

e nessuno penserebbe di dire cose sbagliate, parlando di “canzonissima”. Eppure, se ci riflettiamo un attimo, “canzonissima”

è il superlativo di un nome, “canzone”; ma non sapevamo che i superlativi si facessero solo con gli aggettivi? Dovremmo

allora, in nome del purismo linguistico, proporre una campagna radiofonica e di stampa per rimettere le cose a posto ed

impedire che si dica “canzonissima”? Altro esempio: in epoca fascista si cercò di eliminare i cosiddetti forestierismi (cioè le

parole straniere usate nella lingua italiana). E così “bar” fu sostituito con “caffè” o con “qui si beve”. Nonostante i suoi potenti

mezzi di propaganda, il Fascismo non poté imporre alla massa dei parlanti quello che la massa dei parlanti non volle fare, col

risultato che ancora oggi si dice “bar” (e solo in qualche caso “caffè”), ma sicuramente nessuno dice “qui si beve”. Un ultimo

esempio. Quando l’uomo andò sulla luna ci si pose il problema se lì si atterrava o si allunava (e con lo stesso criterio oggi

che si è arrivati su Marte, si ammarterebbe). Ma chi oggi, in nome di una presunta coerenza linguistica, direbbe mai che sulla

luna si alluna o che su Marte si ammarta? Oggi si atterra sia sulla Luna che su Marte che, eventualmente, anche su Giove ecc.

Questi esempi servono a far capire che il successo di questo o quel termine, di questo o quell’accento, è legato non a fattori

di tipo logico o naturale, ma ai due fattori di cui parlavamo prima: 1) l’azione di un singolo o di un gruppo culturale più o

meno potente che utilizza strumenti comunicativi più o meno potenti; 2) l’adesione della massa dei parlanti. Mancando uno

dei due fattori, il termine o l’accento non passano. E tutto questo perché non c’è nella lingua nessuna ragione di tipo logico

o naturale per cui si debba usare necessariamente un termine o un accento (la lingua, come insegna Ferdinand de Saussure,

è, infatti, arbitraria). Andando al caso specifico – “Bèlice” o “Belìce” – che cosa è successo? Intanto, che a livello nazionale (e

il Belice andò purtroppo nella cronaca nazionale con il terremoto del 1968) la televisione e tutti i mezzi di comunicazione

di massa parlarono di “Bèlice” (senza accento sulla i). Nella stessa Valle una buona fetta della popolazione diceva già “Bèlice”

(senza accento sulla i) in particolare nell’espressione “Valle del Belice”. Solo alcuni (che ovviamente parlavano in dialetto),

quando si riferivano al fiume, dicevano “lu Bilìci”. Che è successo poi? Una certa intellighenzia locale, utilizzando gli strumenti

a sua disposizione come radio e giornali ed incontrando, dall’altra parte, ignoranza dei fatti linguistici o l’indifferenza

di molti, ha cercato e sta cercando, con una battaglia di natura squisitamente politico-culturale, di imporre sempre di più la

dizione “Belìce” e siamo oggi al punto che certe Autorità, venendo nella zona, hanno “timore” di dire ad alta voce “Bèlice” e

magari qui dicono “Belìce”. A questo punto a decidere sarà la massa dei parlanti: se questa rinuncia nel futuro a dire “Bèlice”

ed accetta l’accento sulla ì, come vuole quell’intellighenzia locale che in nome della vecchia parlata dialettale (nella quale

si diceva “Bilìci”) ha scelto di fare la battaglia politico-culturale per l’accento sulla i, può darsi che tra tanti anni (ma non è

poi così scontato) nel Belice si dirà “Belìce” con l’accento sulla i. E’ più difficile, però, che questo possa accadere per l’Italia,

data la pochezza e sproporzione, in questo caso, dei mezzi a disposizione di quell’agguerrito gruppo cultural-politico che

vuole imporre alla massa dei parlanti “Belìce”. E potrà succedere, in quel tempo futuro, che in Italia si parlerà di “Bèlice” (le

enciclopedie odierne – e, per fare solo un esempio molto autorevole, l’enciclopedia Treccani – riportano il termine “Bèlice”

con l’accento sulla “e” e non sulla “i”), magari ricordando che gli autoctoni amano dire “Belìce”. Questi, secondo il mio parere,

i termini della questione che è sostanzialmente solo cultural-politica. Varrebbe la pena, tuttavia, di tornare a quell’espressione

iniziale poco dignitosa: “ma chi se ne frega dell’accento?”. Diciamo pure come ci piace, senza farci condizionare più di

tanto da una moda che a livello locale sta diventando sempre più forte. Piuttosto varrebbe la pena di porsi altri problemi:

quanta disoccupazione c’è nella Valle? Quanta emigrazione? Quanto sviluppo economico? Quanto turismo mancato? Quanti

tesori architettonici non adeguatamente valorizzati? Quanta mafia?. Poi se quella Valle sia del Bèlice o del Belìce poco, in

quest’ottica, certamente importa.(Antonino Bencivinni)


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