KLEOS - venerdì, 7 giugno 11:03

Questo mese andiamo a…Chiusa Sclafani

CHIUSA  SCLAFANI -  Le colline sono dolci come la polpa delle ciliegie che già pregustiamo. Questo pezzo di Sicilia ci prende per mano e ci riporta alle pagine verghiane dove di più insiste la ruralità, qui mai sparita ed è naturale rintuzzare la superbia che dentro di noi alligna con l’aria inacidita della città. Perché […]

CHIUSA  SCLAFANI -  Le colline sono dolci come la polpa delle ciliegie che già pregustiamo. Questo pezzo di Sicilia ci prende per mano e ci riporta alle pagine verghiane dove di più insiste la ruralità, qui mai sparita ed è naturale rintuzzare la superbia che dentro di noi alligna con l’aria inacidita della città. Perché qui, a Chiusa Sclafani, le vecchie pietre delle case raccontano il sudore dell’uomo contadino che quotidianamente all’imbrunire tornava a casa col suo mulo e “lu scifu” pieno di pasta con le fave era delizia che coronava la fatica dell’esistere. Né diversa sembra oggi la fatica dei superstiti. Negli ultimi cento anni la crisi atavica ha dimezzato la popolazione di Chiusa: ora sono quasi tremila anime a raccontarsi i sogni delle passate generazioni, quando le nobili famiglie dei feudi intorno (i Peralta, i Colonna, i Salviati) frantumavano anche ogni velleità di riscatto. Ma i sogni svolazzano ancora sui colori che portano i giovani, su quel rosso rubino che incornicia la sagra delle ciliegie e adorna gli orecchi dei bambini nel gioco felice d’una estate ormai prossima.

Strano nome di paese: Sclafani, aggiunto a Chiusa nel 1860 in onore di quel Matteo Sclafani che lo fondò sette secoli fa, riecheggia oggi nelle strade acciottolate intorno a un’area dove un tempo sorgeva il Castello con la sua “chiusa”, rifugio dei cavalli berberi da donare a Ruggero II, quel grande re di Sicilia la cui stella brilla ancora nell’occhio normanno d’una ragazza incontrata nella piazza. Qui stanno senza alcuna parvenza di voce quattro vecchi immobili e rassegnati nell’ultima attesa. Hanno i volti bruciati, con solchi profondi di rughe che il sole e le intemperie della vita hanno lasciato come un marchio di appartenenza a una razza speciale di uomini. Le loro mani nodose, anchilosate dalla ruggine di un riposo forzato, ci indicano, dopo non poche incertezze, il posto dove consumare un buon pasto. E mentre lì ci dirigiamo appena fuori dal paese, ci sorprende la pulizia che regna davanti a ogni porta, fra i ciottoli, sui muri; è un segno, pensiamo, che caratterizza senza alcun dubbio l’animo dei chiusesi, la cui dignità traspare anche dal silenzio quasi religioso che ci accompagna e dalla pazienza mostrata nel rispondere alle nostre domande.

L’atmosfera del locale dove entriamo è calda come i colori alle pareti e il sorriso di chi ci accoglie. Dopo le ottime olive giarraffe, apprezziamo la salsiccia fatta in casa alla griglia e un cannolo che ha la dolcezza del creato. E quando usciamo, il cielo e la corona delle colline hanno riflessi che accecano gli occhi già sonnolenti, ma presto ci scuote un piacere dell’olfatto: l’odore è del caffé appena tostato ed è quello che ci vuole dopo un pasto non proprio “leggero” ma sano e genuino come quello di una volta.

A zonzo poi ci piace andare nei vicoli del paese vecchio, con le ombre che ci ristorano lungo il filo delle case. Bellissimo il portale della Chiesa di Santa Maria Assunta, con le sue colonne tòrtili: è un barocco che ci sorprende quando arriviamo col fiatone nell’antistante piazzetta San Domenico. E la sorpresa continua davanti al Collegio, un ex convento che domina il centro abitato: l’imponente struttura, imbalsamata in una pietra coriacea, nell’aspetto pare che si chiuda in se stessa, dando sfogo a un orgoglio strapaesano e, senza alcuna malevolenza, incurante del mondo circostante. Ma tuttavia il cuore del Collegio non è di pietra; restaurato, ora è sede di una meritoria Casa della Fanciulla e di un ospizio per anziani. Al suo interno un bel colonnato del Settecento guarda un giardino e la valle sottostante: archi e volute e un’antica fontana ci ricordano un altro mondo lontano da qui.

Lasciamo il paese con uno sguardo alla Chiusa moderna che ha strutture nuove e impianti sportivi con campi di tennis e piscina coperta e la nostalgia ci prende, quasi un rimpianto per qualcosa che avremmo potuto fare o salvare dalla deriva degli anni. Ma lungo la via d’uscita una musica riempie il vuoto che dentro sentiamo: a suonare è la banda musicale “Rossini” che gloriosamente resiste al tempo e a ogni crisi dell’uomo. Ci ricordiamo di un suo grande Maestro, quel Nino Pristia che dovrebbero far santo per ciò che ha dato a Chiusa, a cominciare dall’invenzione della Sagra delle ciliegie e per quello che ha fatto per i giovani chiusesi: “prima di musicanti aviti a essiri omini”, ripeteva ai suoi picciotti. Appunto: una razza speciale di uomini, che  vorremmo più spesso incontrare. di Andrea  Ancona




Torna alla Home