KLEOS - sabato, 11 giugno 5:36

Scoperto super-batterio resistente a tutti gli antibiotici conosciuti

Si sussurrava da tanto tempo, ma soltanto da poco la notizia è ufficiale ed ha fatto balzare in piedi non solo gli infettivologi di tutto il mondo ma anche i medici ed i cittadini. Per la prima volta è stato isolato negli Stati Uniti un super-batterio resistente a qualsiasi tipo di antibiotici, una specie di […]

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Si sussurrava da tanto tempo, ma soltanto da poco la notizia è ufficiale ed ha fatto balzare in piedi non solo gli infettivologi di tutto il mondo ma anche i medici ed i cittadini. Per la prima volta è stato isolato negli Stati Uniti un super-batterio resistente a qualsiasi tipo di antibiotici, una specie di «escherichia coli» trovata nelle urine di una donna di 48 anni della Pennsylvania. Il dettaglio più allarmante è che l’agente patogeno in questione è resistente persino all’antibiotico di ultima generazione “colistina”. La colistina infatti è considerata l’ultima spiaggia degli antibiotici e se un batterio riesce a sopravvivere anche a questa è impossibile fermarlo. Potrebbe essere, scrivono i media americani, l’inizio dell’era post-antibiotici. Ma come si può essere arrivati a tanto? Torniamo per un attimo dentro i nostri confini per provare a capire il fenomeno: l’antibiotico-resistenza è un fenomeno che l’Italia conosce molto bene. E a questo problema le strutture centrali, come il Ministero, l’Istituto Superiore di Sanità e AIFA, hanno già dedicato importanti risorse, istituendo vari sistemi di sorveglianza. Ma dal punto di vista pratico il problema esiste ed è legato alla pratica clinica e al comportamento dei cittadini. Gli antibiotici vengono prescritti con troppa facilità, soprattutto al Sud, i cittadini non hanno ben compreso, o non sono stati ben educati nel comprendere l’importanza di non usare o al massimo di portare a termine tutti i giorni di terapia, anche se si notano dei miglioramenti nel mezzo della cura. Le conseguenze di una sospensione della cura sono infatti di non debellare completamente tutta la colonia batterica esistente nell’organismo e dunque di causare la generazione di una progenie batterica che possiede nel proprio codice genetico la resistenza all’antibiotico al quale è stata esposta. L’attenzione al problema dell’antibiotico-resistenza è massima, i sistemi informativi ci sono, le reti internazionali ci sono, ma è innegabile che il problema esista e che sia probabilmente destinato ad aumentare e a dare casi come quelli della signora americana (anche se in Italia il problema non è tanto l’Escherichia coli, quanto la Klebsiella pneumoniae e l’Acinetobacter baumanii). Vista l’importanza del problema, le iniziative in campo, anche di livello internazionale, si moltiplicano. Così, un mese fa, l’Istituto Superiore di Sanità ha ospitato a Roma un incontro con i ricercatori olandesi che coordinano lo studio europeo ARNA (Antimicrobial resistance and causes of non prudent use of antibiotics in human medicine) sul problema della prescrizione inappropriata di antibiotici, per fare il punto della situazione, mettendo intorno al tavolo tutti gli i protagonisti del settore per studiare le strategie correttive migliori. Tra i vari punti emersi da questo studio l’Italia è risultata essere il paese europeo con il maggior problema dei cosiddetti “left over”, cioè degli antibiotici che avanzano, perché non si è proseguito il trattamento per tutto il periodo prescritto dal medico. Questi antibiotici avanzati vengono conservati nell’armadietto dei medicinali, per essere consumati in seguito da altri familiari senza prescrizione del medico e anche in questo caso per una durata insufficiente, un’abitudine che predispone alla comparsa di resistenza. Lo studio ARNA ha rivelato che in Italia almeno il 30% del consumo degli antibiotici avviene con la modalità dei left over. Un dato gravissimo, che, come spesso accade, ci mette nelle zone basse delle classifiche che riguardano comportamenti sociali ed abitudini sanitarie. Tornando al caso degli Stati Uniti, gli esperti del dipartimento della salute stanno lavorando con le autorità della Pennsylvania intervistando la paziente e i familiari per capire come la donna possa essere stata colpita dal batterio e identificare ulteriori contagiati. Questo particolare agente patogeno è stato definito dagli esperti «il batterio degli incubi», che in alcuni casi può arrivare ad uccidere il 50% delle persone che ne vengono contagiate. La scoperta – scrivono gli autori dello studio – «preannuncia la comparsa di un batterio davvero resistente ai farmaci». Anche perché il Dna del «Super batterio», con il gene Mcr-1, può diffondersi rapidamente tra le specie. Secondo Thomas Frieden, direttore dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Usa: «La preoccupazione è alta. Possiamo dire che già oggi per alcuni pazienti l’armadietto dei medicinali è vuoto. Può essere la fine per gli antibiotici, se non agiamo con urgenza». Inoltre con l’avvento del virus Zika, già dichiarato emergenza mondiale dall’OMS, ed al quale dedicheremo presto degli approfondimenti, possiamo dire che la situazione non è delle più rassicuranti.

Fabrizio Barone


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