KLEOS - domenica, 7 gennaio 11:30

Terremoto del ’68: le opinioni e i ricordi di chi c’era (2)

di  Giuseppina Nastasi.  Mi definisco partannese doc, determinata, tenace, pronta a mettere in gioco tutte le energie pur di realizzare i propri desideri… legittimi. Insegnante di scuola primaria, avuto il trasferimento da Marettimo a Marsala, sposatami, vivo da quasi 35 anni, nella storica città garibaldina, ma non ho mai dimenticato la mia Partanna; dove sono […]

Chiesa Madre Partanna

di  Giuseppina Nastasi.  Mi definisco partannese doc, determinata, tenace, pronta a mettere in gioco tutte le energie pur di realizzare i propri desideri… legittimi.

Insegnante di scuola primaria, avuto il trasferimento da Marettimo a Marsala, sposatami, vivo da quasi 35 anni, nella storica città garibaldina, ma non ho mai dimenticato la mia Partanna; dove sono nata, cresciuta, circondata dalle cure di una famiglia patriarcale. Vi ritorno spessissimo per rivedere i miei affetti, ora allargati con la nascita degli splendidi e meravigliosi pronipotini. La casa, dove vive anche mia sorella (con problemi di salute), non è più rispondente alle nuove esigenze, anche se papà, nel 1966, aveva fatto edificare un altro piano, destinato alla figlia che si sarebbe sposata per prima, come era usanza e da “burgisi”, aveva cercato di renderla più adeguata alle esigenze di famiglia: quattro figli.

Dei suoi sacrifici siamo grati tutt’ora, perché la casa, risalente agli anni ’30, conserva i pavimenti del buon ceramista castelvetranese La Rosa, i soffitti “a volta”, le persiane di legno, a pian terreno la stalla con la mangiatoia, il cortile con le cisterne… . Poi, il mio icordo va ai giochi: ammucciareddu, (nascondino), la settimana cu li ciappeddi, le corse a briglie sciolte, per ritrovarsi con le ginocchia sbucciate, le scivolate sul marciapiedi lucido e pulito, per cadere addosso a la signura Vitina chi arriccamava, o disturbando la pennichella del nonno, nella calura estiva che con il bastone, era lestu lestu, ad alzarlo, minacciandoci di botte.

I miei vissuti allegri e gioiosi non finiscono, vi si aggiungono quelli di domenica 14 Gennaio del ‘1968, trascorsa a casa, con il divieto assoluto, da parte di mamma, di andare “a la Matrici” (Chiesa Madre) come facevo tutte le domeniche, per incontrare il “gruppo delle Figlie di Maria”, coordinato dall’arzilla signorina Mangiapane. Aveva anche nevicato e, raffreddatissima com’ ero, se avessi insistito, qualche sonora sculacciata non sarebbe mancata; quindi mi rassegnai.

All’ora di pranzo, tutta la famiglia prese posto attorno “a lu tunnu” (tavolo rotondo della nonna), ad un tratto, si avvertì un leggero movimento, attribuito alla vivacità mia e di mio fratello, soliti tirare la mollica di pane l’uno all’altra. Solo più tardi abbiamo saputo della scossa sismica.

Trascorso il pomeriggio e parte della serata, vicino al braciere che riscaldava l’ambiente, mio padre decise di andare a letto, seguito dal resto della famiglia; nonna e zia ci fecero coraggio, con la speranza che tutto fosse finito anche se scosse lievissime facevano oscillare la lampada del piatto smerlato, oggi, ancora lì.

Si approssimava la mezzanotte, come nelle fiabe, un’altra scossa ci fece balzare dal letto; io e mia sorella piangenti non sapevamo cosa fare, la mamma ci sollecitava ad uscire fuori, tirando scialli, cappotti, cuppuluna di lana, ci ritrovammo per strada, chiedendoci cosa fare con i vicini di casa: -Dunni jemu? Pagghiri la villa? o a la stazioni? C’è ghiacciu, asciddicamu; spidugghiativi-, era l’esortazione di qualche saggio anziano.

Arrivammo “a la villa”, Piazza Vittoria, oggi intitolata a Rita Atria, quando, la scossa di un alto grado della Scala Mercalli, mi impresse nel cuore quello scenario lunare visto attraverso la fioca luce dei fari di qualche macchina posteggiata; il terreno che tremava sotto ai piedi e, sopra la testa, il bagliore, lo scintillio dei fili elettrici che bruciavano: una vera apocalisse. Sento ancora e mi consola tutt’oggi il forte abbraccio rassicurante della mamma, tra le grida di spavento delle persone che affollavano la piazza e le imprecazioni di aiuto a “lu Santu Patri” (San Francesco di Paola), tanto venerato dai Partannesi.

Non dimenticherò tali momenti e gli altri successivi, trascorsi alla Salamona, sotto quelle tende usate per raccogliere il mosto dell’uva vendemmiata; la tendopoli Santa Lucia, quando una notte imperversò un violentissimo temporale, mai sentiti tuoni così roboanti e mai visti lampi così infernali: la fine del mondo!!

L’indomani, lo zio Gino con papà decisero di trasferirci “a la muntagna”, proprietà della zia Giovannina, non prima, però, di allestire, inter familias, un baraccone lungo 16 metri, e largo 4, giusto appunto a contenere, per ciascuna famiglia un letto grande, due lettini, un cucinino a tre fornelli, una “buffetta” per la prima colazione.

Nelle giornate tiepide, eravamo già ad Aprile, si cuoceva la pasta “ni la quararedda” (pentola di rame), messa sopra i carboni ardenti, dove si arrostiva la selvaggina, i carciofi e la salsiccia di “Peppi culu siccu”. Passato l’inverno, finita l’estate, su collaudo di “agibilità” del Genio Civile, ritornammo nella dolce e tanto amata casa di Via Cavour, dormendo, per un po’ di tempo, nei letti allestiti nel garage.

Oggi i miei genitori non ci sono più, riposano in eterno, ma ho il desiderio legittimo di vederla messa in sicurezza con i moderni sistemi antisismici, essendo rimasti in pochi a non aver ricevuto il contributo necessario per procedere a tale adeguamento. Lì desidero trascorrere gli anni che mi restano, nonostante la paura che mi ritrovo addosso, per qualsiasi rumore avvertito.

Di Partanna mi piace sempre rivedere la scalinata di San Francesco d’Assisi con la guglia ricostruita e ricoperta da maiolica blu, che per vero, è meno confacente dell’antico verde oliva.

Quella scalinata mi ricorda i comizi di Bernardo Mattarella, quando io piccola, mano nella mano, seguivo la mamma con la famiglia, di tradizione democristiana. Mi piace osservare “ni la strata mastra” (via Vittorio Emanuele) la casa dove è vissuto mio padre, abitata dalla zia Pina con Vincenzino, Calogerino e la loro mamma, zia Vincenzina, morta giovanissima. Di quella casa resta la facciata fatiscente e i balconi murati.

Mi piace ricordare le studentesse dell’Istituto Magistrale, ospiti della zia (negli anni ’60 non si viaggiava così facilmente): il rinomato Magistrale “Dante Alighieri”, che ha costituito il bacino di utenza degli studenti belicini, da Santa Ninfa a Salemi, da Poggioreale a Salaparuta e Gibellina; da Montevago a Santa Margherita, a Sambuca e persino di Camporeale.

Come dimenticarmi del castello Medievale dei Principi Grifeo, di cui l’attuale Ministro Calenda è discendente, e dello stemma scolpito da Laurana, divenuto meta di colleghi e scolaresche di Marsala. A tal proposito racconto l‘episodio del Grifo, animale mitologico raffigurato nello stemma dei Principi Grifeo.

Frequentavo la terza elementare, la maestra Clesi Sancetta, cultrice della microstoria partannese, ci raccontò la leggenda del Grifo: animale alato con becco, artigli, il corpo simile a quello di un cane e provvisto di coda; mostruoso e terrificante. Si aggirava in contrada Ciafaglione per cibarsi di carne umana. A sentire, Ciafaglione, sarei voluta intervenire, alzando la manina, ma non mi fu permesso per il suono della campanella che indicava la fine della lezione. Già, il Ciafaglione, proprietà nostra… pensai tra me e me. Aspettai con impazienza papà, che ritornasse dalla campagna, per chiedere se zappando la terra, “cu Petru Lu Chianu”, non avesse ritrovato un ossicino del grifo, ucciso dal principe Anna, liberando la popolazione partannese.

Papà mi sorrise e tenendomi legata alla mia fantasia, mi rispose che le ossa di qualsiasi vivente vanno custodite.

Non posso, nei miei vissuti trascorsi, tralasciare la Chiesa Madre con le torri campanarie, con gli stucchi di Scuola Serpottiana, il coro ligneo, l’organo di Paolo Amato, la Cappella del S.S. Sacramento e tutto ciò che la rese magnificente con le colonne delle tre navate in stile corinzio, in marmo grigio.

Dov’è finita l’arte e gli artisti di quei tempi? Nell’incuria, nella negligenza, nella spavalderia sciocca della Natura? No! Sicuramente si è spenta in chi ha agito per i propri ed egoistici interessi, dando la parvenza di fare e continuare a fare.

Aspetto, quindi, con la visita del Presidente della Repubblica e con il Governatore della Sicilia, modalità e tempi nuovi per la rinascita di Partanna, perché conserva ancora, tra le persone, tra i giovani, che ancora vi abitano, le energie, le capacità, la creatività, di far nascere e realizzare progetti veri e duraturi.

A Voi governanti sollecito di rimpinguare le casse dello Stato riducendo gli stipendi dei politici, evitando tutti i costi superflui ed eliminando le polemiche tra i partiti e i talk show televisivi che non risolvono nulla e appiattiscono le menti ancora sane, si pensi a risolvere i problemi della famiglia Italiana, della Sicilia e quelli residui del terremoto del 1968.

Per insegnare ai giovani la vera legalità e i principi fondamentali della Costituzione. Sono fiduciosa.

Partanna, 5.01.2018

 Giuseppina Nastasi

 


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