Monthly Archives: Novembre 2020

Coronavirus, l’on. Pullara: “Preoccupante allarme negli ospedali dove il contagio si sta diffondendo tra il personale sanitario”

PALERMO – “La seconda ondata della pandemia è arrivata prepotentemente e ha travolto il paese come uno tsunami ma era prevedibile che sarebbe riapparsa. Come dico da tempo se avessimo posto in essere la programmazione che era stata prevista oltre quattro mesi fa, non ci saremmo fatti trovare impreparati”.

Lo sostiene il vice presidente della commissione sanità all’Ars on. Carmelo Pullara, che aggiunge:

“La gestione del paziente covid all’interno degli ospedali durante la prima ondata, era giustificata dall’urgenza. Oggi invece – aggiunge Pullara – la mescolanza di pazienti Covid e il personale sanitario che sta la lavorando in condizioni estreme come il sovraffollamento di reparti, mancanza di dispositivi individuali, disinfettanti e altri supporti necessari a contrastare il virus, era assolutamente da evitare. Con preoccupazione leggiamo infatti di un crescente numero di contagi tra il personale sanitario, da notizie di stampa, apprendo che succede sia al Civico di Palermo che al San Giovanni di Dio di Agrigento, dove attualmente non possono lavorare e sono isolati in casa. Si tratta di medici, operatori sociosanitari e infermieri.
L’aumento dei contagi tra i sanitari, come riferisce la segreteria provinciale della Fials-Confsal di Palermo descrive la drammatica situazione dell’ospedale. La verità è che il sistema non regge, se il pronto soccorso del Civico dovesse crollare saremmo subito zona rossa. Tutto il personale sanitario infatti – conclude l’on. Pullara – è di nuovo alle prese con carichi di lavoro insostenibili i casi di contagio tra gli operatori sono in un aumento anche perché non viene garantita fino in fondo la loro sicurezza e quella dei pazienti”.

Di Dio (Confcommercio): “Confermati i nostri allarmi, occorre fare sistema con un piano strategico che affronti presto e bene la gravissima situazione economica”

PALERMO – “La fotografia impietosa dell’economia siciliana arriva stavolta dalla Banca d’Italia attraverso il suo periodico aggiornamento congiunturale. Un’ulteriore conferma di quello che Confcommercio dice da mesi: la pandemia in Sicilia è stata una ‘circostanza aggravante’ che si è innestata su una situazione già drammatica”.

E’ il commento di Patrizia Di Dio, presidente di Confcommercio Palermo, all’aggiornamento congiunturale diffuso oggi dalla Banca d’Italia.

“Molte aziende sono state già condannate alla chiusura – prosegue la Di Dio -, gli ulteriori Dpcm di ottobre e novembre vedranno cadere sul campo altre migliaia di imprese che non riescono più a far fronte alla situazione. Se appena due mesi fa avevamo stimato una perdita solo in Sicilia di 5,6 miliardi (-8,2%), adesso – alla luce degli ultimi Dpcm – possiamo ritenere addirittura riduttiva quella già drammatica e insostenibile previsione. Occorre un piano strategico ben delineato, in cui venga spiegato chiaramente cosa si è fatto e cosa si sta facendo, a cominciare dai problemi organizzativi della sanità territoriale e ospedaliera. Bisogna intervenire presto e bene, con programmazione e coordinamento, facendo sistema con determinazione e facendo arrivare immediatamente gli aiuti a tutte le aziende che hanno cali significativi. Rabbia e disperazione stanno crescendo e non è più possibile sbagliare”.

Il Pd cittadino: “sul territorio si registra un’incidenza del virus che potrebbe diventare preoccupante”

PARTANNA – Il Pd cittadino è intervenuto con il seguente comunicato sui risultati dello screening provinciale tenuto sabato e domenica con 22mila tamponi somministrati a studenti e famiglie della provincia di Trapani:

“Il fine settimana appena passato é stato impegnativo per i medici dell’Asp, gli operatori sanitari volontari, la polizia municipale e la popolazione che ha deciso volontariamente di sottoporsi al tampone rapido.

L’iniziativa di screening massivo avviata su iniziativa dell’Anci, in collaborazione con la Regione e Asp, si é rivelata essere un’azione importante per il controllo dell’andamento epidemiologico sui territori, che speriamo continui nel prossimo futuro, focalizzando il controllo anche su altre categorie della popolazione.

Lo screening, rivolto soprattutto alla popolazione scolastica, ha portato all’identificazione di 28 positività al tampone rapido sul territorio partannese, che verranno verificate con ulteriore tampone molecolare nei prossimi giorni. Purtroppo, se confermati, questi casi si aggiungerebbero agli attuali 30 positivi già presenti sul territorio, mostrando un’incidenza del virus che potrebbe diventare preoccupante.

Questo ci fa riflettere su quanto sia necessario continuare a tenere alta la guardia. La prima arma di contrasto al virus sono i nostri comportamenti: indossiamo sempre le mascherine, manteniamo le distanze (evitando di andare fuori casa se non necessario) e curiamo al massimo l’igiene delle mani. Non bisogna sottovalutare alcun segnale: in caso di sintomi bisogna rivolgersi sempre al proprio medico curante”.

Asp Trapani, concluso lo screening target studenti di scuole medie con 22mila tamponi e 284 posivivi

TRAPANI – Si è conclusa con un netto successo in termini di numero di tamponi effettuati, la due giorni dedicata allo screening degli studenti delle scuole medie della provincia di Trapani, che si è svolta sabato 14 e domenica 15 novembre. Ventiduemila i tamponi rinofaringei rapidi per la ricerca dell’antigene, 284 i casi riscontrati di positività al Covid 19, 58 operatori, tra medici e infermieri delle squadre aziendali USCA coordinate da Mario Minore, responsabile dell’Unità operativa Gestione Energenza e Urgenza Territoriale dell’Asp di Trapani, sul campo, impegnati un una campagna promossa dall’Assessorato regionale alla Salute, con la collaborazione attiva delle istituzioni locali e di molte associazioni di volontariato. L’iniziativa, finalizzata alla popolazione scolastica delle scuole medie, ai familiari e al personale scolastico, si è svolta su base volontaria in modalità Drive in. I soggetti risultati positivi allo screening sono stati già sottoposti a tampone molecolare come previsto dal protocollo sanitario per la verifica definitiva. Soddisfazione ha espresso il commissario straordinario dell’Asp di Trapani, Paolo Zappalà:”Il lavoro effettuato è stato importante e merita un plauso anche per il numero dei tamponi effettuati, il maggiore fra tutte le province siciliane. Questo risultato è stato possibile grazie alla prontezza della macchina organizzativa che ancora una volta ha attivato le giuste strategie sul territorio finalizzate, attraverso il monitoraggio capillare della popolazione, alla prevenzione e al contenimento della diffusione del Covid 19 nel momento dell’emergenza epidemiologica, e a garantire il più alto ed efficace livello di sicurezza sanitaria a tutti i cittadini”.

Basterebbe una piccola quantità di asfalto!

CASTELVETRANO – Da quando è stato attivato il senso obbligatorio nel percorso che conduce da alcuni ambulatori della Medicina di Base e dalla Rsa dell’ospedale di Castelvetrano in direzione della piazza Generale Cascino, la condizione da medioevo, prima pressoché ignorata, in cui si trovava da sempre l’asfalto di detta piazza, ora invece è stata buttata sia in faccia ad un numero più consistente di automobilisti e di pazienti, sia traumaticamente sotto i pneumatici delle loro auto che sono costrette dal senso obbligato a passare da lì. Se il senso obbligatorio ha reso più sicuro il transito del pubblico e degli operatori sanitari verso gli ambulatori specialistici dell’Ospedale e verso la Rsa, dall’altro li ha obbligati ad uscire dall’area dell’ospedale stesso continuando in direzione Rsa e poi fuori dal cancello nella piazza Generale Cascino e nella via Selinunte. Cioè si è “costretti” ad uscire dagli ambulatori della Medicina di Base e dalla Rsa passando dalla piazza Generale Cascino (e poi da via Selinunte) il cui fondo stradale è caratterizzato da pezzi di asfalto rotto e rigonfio, roba da, dicevamo, medioevo. L’aspetto più antipatico è che ormai la cosa dura da alcuni anni. Quanto tempo ci vorrà ancora perché chi di competenza interverrà per far sistemare il fondo stradale?

La Muria e lu sapuni

“La mùria vi canciu pu’ sapuniiii” (la morchia vi cambio per il sapone). Questa frase era “abbanniata” (gridata a viva voce in mancanza di megafono), dai compratori di morchia, che giravano per le strade del paese con il carretto, nel periodo della molitura delle ulive. I compratori potevano essere dei commercianti o gli stessi “sapunara” (produttori di sapone). Fino agli anni ’50-’60 era del tutto normale sentire gridare per le strade i compratori, che richiedevano prodotti dell’agricoltura locale come morchia, olio d’oliva, mandorle. L’olio d’oliva uscito dal frantoio presenta ancora molte impurità, che con il tempo si separano e decantano nel contenitore. Nel nostro dialetto si indica come “funnurigghi”, ciò che resta nel fondo dei prodotti solidi, mentre si chiamano “risidenzi (o risirenzi)” ciò che resta, dopo la decantazione, dei prodotti liquidi; pertanto la muria è la risirenza dell’olio. La morchia oggi è buttata via, ma l’industria chimica potrebbe riutilizzarla per l’estrazione d’altro olio o per la fabbricazione dei saponi; una volta a Castelvetrano c’era una piccola fabbrica di sapone molle: la Ditta Sapienza, che utilizzava queste impurità oltre ad oli guasti. La muria inoltre, messa nello “spicchiu” (lucerna), produceva, tramite “lu mecciu” (stoppino di cotone) una fioca luce, sufficiente per quei tempi. Durante la guerra del ’40/45, era difficoltoso trovare il sapone per bucato a causa degli eventi bellici e per il prezzo troppo elevato. Le massaie, aguzzando l’ingegno, avevano imparato a fabbricarlo artigianalmente in casa utilizzando, oltre alla morchia, l’olio di pessima qualità affiorato dalla vasca detta “la morta o priatoriu”, che si trovava nei vecchi frantoi, oli guasti irranciditi, da residui di oli o grassi di frittura, da piccoli ritagli di sapone inutilizzati, da tutti quei grassi che a mano a mano si riuscivano a racimolare in famiglia ricavati da animali uccisi, quando capitava. La ricetta era la seguente: <<Acqua litri 3,5 + Olio litri 4 + grasso di animali Kg. 3 + soda caustica Kg. 1. Il tutto versato in un fusto e fatto bollire per 5 ore, rimescolandolo durante l’ebollizione. Appena il contenuto incominciava a bollire si iniziava a versare piano piano la patassa (soda caustica, 1 kg per ogni quattro di olio) precedentemente sciolta in acqua fredda. Il sapone ottenuto aveva l’aspetto di una bianca pasta molle. Prima di versarlo nelle forme per la solidificazione si benediceva buttando un poco di sale marino dentro il fusto, tracciando il segno della croce e pronunciando la seguente orazione: “Patri figghiu e spiritu santu pozza crisciri n’autru tantu”. Quindi si spegneva il fuoco e con una cannata di crita, si versava in forme in attesa che si solidificasse. Un’altra ricetta, che ho trovata scritta in “La taverna dell’arsenale” di Pietro Maniscalco, parla di morchia + cenere di scorza di mandorle (per la soda e potassa che contiene) con cinque ore di cottura; inoltre, per ottenere un sapone verde, si aggiungevano alla cottura pale di ficodindia. Per fare il bucato a mano era molto usato “lu lisciuni”, a base di soda caustica. La massaia, per risparmiare, produceva in casa un surrogato: “la liscìa”, utilizzando la cenere di legna, che è molto ricca di soda e potassa. Allora, i lavaggi a mano erano eseguiti nella “pila”, un apposito lavatoio di legno provvisto di “stricaturi” (strizzatoio) cioè di un ripiano con scannellature, su cui si strofinavano i panni. Il lavatoio poteva anche essere di pietra “lu pilacciuni” posto nel cortile comune, vicino al pozzo. Vito Marino

La Città di Partanna ha fossi di tutte le misure

PARTANNA – Purtroppo i fossi che sono presenti a Partanna non solo sono numerosi ma molti di essi sono anche larghi e profondi. Per giunta sono presenti in zone pressoché centrali della città (uno – nella foto qui sotto – addirittura è nella piazzetta antistante l’abitazione del sindaco!). Un altro esempio che documentiamo è quello della foto qui in evidenza di un grande fosso che si trova a pochi passi dalla posta e che è molto pericoloso sia per i pedoni che per le automobili che lì arrivano numerose nell’orario di apertura dell’ufficio postale. I cittadini si chiedono: “Si aspetta l’incidente per intervenire?”, incidente che può avere conseguenze gravissime per chi lo subisce e danni di immagine e anche finanziari per l’amministrazione che dovrà pagare pesanti debiti fuori bilancio.

Dad o in presenza?

A nessuno piace fare il profeta di sventure. Nell’antichità chi portava una cattiva notizia veniva giustiziato, almeno così ci ha insegnato una scuola a volte becera e spesso mal documentata. E a nulla valgono i vari proverbi concilianti del tipo “ambasciator non porta pena” . Mi colloco qui. Non sono un profeta ma un essere – spero umano – che pensa: a volte col cuore, più spesso con la testa. Era chiaro a tutti che dopo il lockdown l’apertura – scambiata per ritrovata libertà – sarebbe stata vissuta come un “LIBERI TUTTI”. Così è stato. Ma ora chi ha lanciato la prima pietra, nasconde il sasso dietro la schiena che credo mai abbia avuto dritta. Dimenticano di essere stati negazionisti, dimentica qualcuno di aver tifato per Salvini e per quella donna strabuzzante d’occhi che è la Meloni. Hanno dimenticato l’estate selvaggia, le uscite senza mascherina, i vari ritrovi, la movida, la gara a fare schiticchiate senza alcuna preoccupazione. Abbiamo riso tutti alle parole di quella povera ignorante (doppiamente povera: povera e ignorante, una miscela esplosiva) che venivano riportate: “Un c’è coviddi”. Eppure si trattava – oggettivamente – di una criminale e i miei ricordi di aspirante dell’Azione Cattolica mi riportano a quell’IGNORANZA COLPEVOLE che era uno dei peccati più grandi. Ma il discorso sarebbe troppo lungo e c’è gente più autorevole dello scrivente che continua a parlarne non senza contraddizioni in quella che viene comunemente denominata “comunità scientifica”. Io parlo di ciò che ho imparato in 47 anni di scuola. Spero di averne titolo anche se di scuola non si sa mai abbastanza. Ad un certo punto ciò che era una sperimentazione o, se si preferisce, una innovazione si è parlato di didattica a distanza. E invece di considerarla una necessità, una conditio sine qua non, è diventata terreno di scontro tra nativi digitali e immigrati digitali. Premetto che sono un immigrato digitale dopo essere stato un immigrato nello spazio (a Milano). Ma non per questo non apprezzo le potenzialità e l’efficacia delle metodologie informatiche. Attribuisco la colpa dell’ignoranza a me stesso, alla mia età, alla mia poca voglia di uscire dal cartaceo per entrare nel virtuale che ti sfugge come sabbia tra le dita. Ma a scuola, più che altrove, si fa presto a creare un aut aut: o sei digitale o sei analogico. Alla logica dell’O… O…( tipicamente mediterranea se non occidentale) andrebbe sostituita la logica orientale dell’E.. E… Ma l’amore per lo scontro, per la guerra, fomentato da ds spesso incapaci e capaci di dare ragione all’ultimo che ha parlato, ha prevalso. E gli insegnanti (che continuerò a ripetere SONO MIGLIORI DELLA SCUOLA IN CUI ABITANO) ci sono cascati. Due fronti contrapposti: da una parte i fautori della DAD, dall’altra quelli che la scuola, se non fatta in presenza, non è scuola. I più “allittrati” citano Galimberti distorcendone il pensiero. Ma chi ha mai detto – o potrebbe RAGIONEVOLMENTE SOSTENERE – che la scuola in presenza è uguale a quella virtuale? Si sono spostati i termini della questione e la questione è la PANDEMIA. In tempi in cui si volevano riaprire le scuole, dissi che non se ne doveva parlare almeno per tutto il 2020, anno terribilis. Ma tant’è. La ministra labbra di fuoco non avendo niente di suo, doveva apparire. E tutti gli operatori della scuola ci sono cascati. Tutti pronti per lo scontro. La pandemia fu allontanata dal cuore e dal cervello. E a tutt’oggi la didattica a distanza è demonizzata. E lo scontro continua su QUESTIONI di lana caprina, quando il vero problema di cui dovremmo occuparci, si occupa, lui sì, di noi: digitali e analogici. Non si può negare che molti analogici soffrano della sindrome della Volpe e l’Uva. La dad è acerba. Ma ci sei arrivata? Né si può negare che i digitali abbiano una sorta di sindrome di superiorità, incapaci di SAPERE che per i bambini non esiste un piano della realtà distinto nettamente dal piano della fantasia. No, non ho nessun titolo, neanche quello di esperto. 47 anni di esperienza? Scriveva Oscar Wilde: l’esperienza è il nome che ciascuno di noi dà ai propri errori. Consigli? Non accetto consigli, so sbagliare da me. Le lotte tra gli insegnanti dovrebbero avere ben altro spessore. Bisognerebbe insegnare a vivere. Non lo dico io. Lo dice E. Morin. Chi scrive ha una biografia pubblica: catturato dalla scuola a sei anni e mai più restituito alla vita civile. Dad o in presenza? Ad impossibilia nemo tenetur. Ma se gli insegnanti smettessero di essere psicologi (ce ne sono in abbondanza e campano da NARCISI MALEVOLI -FROMM-) forse potremmo andare avanti insieme. E INSIEME è una parola bellissima. Sa di pace. Sa di scuola vera. Sa di vita. E di vita abbiamo bisogno. Vito Piazza ispettore emerito.

Vito Piazza, ispettore emerito

CHEESECAKE   CANNOLO

a cura di Ina Venezia         Ingredienti: 200 g di cialde di cannolo, 80 g di burro, 700 g di ricotta, 150 g di panna da montare, 100 gr di zucchero a velo, 12 g di gelatina in fogli, 80 gr di cioccolato fondente.

Per la decorazione: 2 cialde di cannolo, granella di pistacchi q. b., ciliegie candite o altri canditi a piacere.

Frullate finemente le cialde di cannolo, aggiungete il burro fuso e mescolate con cura. Foderate uno stampo a cerniera di 20/22 cm di diametro con carta forno, versatevi il composto e distribuitelo uniformemente, schiacciandolo con un cucchiaio. Ponete in frigo per circa mezz’ora. Immergete la gelatina in fogli  per 10 minuti in acqua fredda. Nel frattempo setacciate la ricotta, unitevi lo zucchero a velo. Mettete 2 cucchiai di panna in un pentolino. Montate la restante e aggiungetela alla ricotta. Mescolate alla ricotta anche il cioccolato fondente ridotto in scaglie (in alternativa potete usare le gocce di cioccolato). Scaldate la panna tenuta da parte, scolate la gelatina e fatela sciogliere nella panna, mescolando con un cucchiaio. Infine versate anche la gelatina sulla ricotta e fate amalgamare bene. Distribuite all’interno della teglia, dopo averla tolta dal frigo, la crema di ricotta e livellate. Dopo almeno 4 ore togliete la cheesecake dallo stampo, staccate la carta forno, trasferitela sul piatto da portata e decorate con le cialde di cannolo sminuzzate, i pistacchi,  i canditi.