di Vito Piazza. È una frase di Cicerone che può essere così tradotta: qualunque cosa possa accadere ai siciliani essi lo commenteranno con una battuta di spirito. E’ vero: noi siciliani saremo anche una metafora come voleva Sciascia, ma siamo anche altro, soprattutto umoristi. E se l’umorismo è il sentimento del contrario come voleva Pirandello, ciò non toglie nulla alla definizione di Cicerone che la Sicilia e in Sicilia ci ha vissuto davvero e che i siciliani ha amato e difeso contro quel farabutto di Verre. Oggi bisognerebbe richiamarlo in vita. I bene informati ci dicono che quella brava persona di Trump con i suoi dazi, danneggerebbe soprattutto la Sicilia e in particolare la provincia di Trapani. I Siciliani non se la prendono e il loro giudizio su Trump non è diretto né cattivo è solo “tintu comu li ricchi” e infatti si accoppia all’uomo più ricco del mondo. Da noi questa decisione di Trump non fa né caldo né freddo, Da noi quando parliamo il nostro linguaggio empatico e pur vivendo al di sopra delle nostre possibilità non è difficile ascoltare i due compari che avendo vissuto nella miseria per anni dicono ”Cumpà, ci pensi quanneramu scarsi?”. E il compare risponde: “comu si fussi ora”. Difficile spiegare dove sta il riso se non si è siciliani. Leggendo un proverbio siciliano ci si sente trasportati in Sicilia: i motti popolari trasmettono il modo di pensare tipico dell’isola più bella del mondo.
Lu lupu di mala cuscenza comu opira penza. Il lupo disonesto pensa degli altri ciò che saprebbe fare lui.
Munti e munti un sincontranu mà. I monti non s’incontrano mai con altri monti. Invece le persone prima o poi s’incontrano.
La pignata taliata un vugghi mai. La pentola guardata non bolle mai: inutile prendersela. E questo motto rimanda alla vision ZEN del siciliano: aspetta il nemico sul greto del fiume e vedrai passare il cadavere del tuo nemico. Dina rosa nasci na spina. Dina spina nasci na rosa. Da una rosa nasce una spina, da una spina nasce una rosa. Cu nesci arrinesci. Chi si allontana dal suo ambiente viene a trovarsi in una condizione migliore. Iunciti cu lu megghiu e perdicci li spisi. Frequenta le persone migliori anche se ciò comporta qualche sacrificio. Il siciliano è più flemmatico degli inglesi: Si ad ogni cani chi abbaia ci vò tirarina petra un tarrestanu vrazza. Se vuoi tirare una pietra ad ogni cane che abbaia le tue braccia non ce la faranno.
Come tutte le cose anche per i proverbi siciliani c’è il contrario. Ma sbaglierebbe chi pensasse che siamo vili: a costoro ricordo che malgrado la natura pacifica dei siciliani ci sono stati i Vespri. Nel corso della serata e della notte che ne seguì, i palermitani – al grido di “Mora, mora!” – si abbandonarono a una vera e propria “caccia ai francesi” che dilagò in breve tempo in tutta l’isola, trasformandosi in una carneficina. I pochi francesi che sopravvissero al massacro vi riuscirono rifugiandosi nelle loro navi, attraccate lungo la costa.
Si racconta che i siciliani, per individuare i francesi che si camuffavano fra i popolani, facessero ricorso a uno shibboleth, mostrando loro dei ceci («cìciri», in dialetto e chiedendo di pronunciarne il nome; quelli che venivano traditi dalla loro pronuncia francese (sciscirì), venivano immediatamente uccisi. Che dirvi? Che augurarvi: CALIA E SIMENZA che vuol dire Buona Pasqua!
Vito Piazza



