di Vito Piazza Aprile, ogni giorno un barile. E’ questo che ha accomunato in questi ultimi tempi il tempo meteorologico dei partannesi: tempeste che diventano tsunami, clima tropicale, fossati che diventano paludi. E i partannesi che non sono capaci di trovare la colpa sanno cercare sempre il colpevole vero o presunto che importa? Ora si sono ritrovati in un clima tropicale, loro abituati all’acqua assuppaviddani o al massimo a pioggerelline che nell’esagerazione tipica della gente partannese sono stati narrati come tornadi, tempeste tropicali, incipiente giudizio universale.
Qui vige l’immobilità, il ripetersi di abitudini consolidate nel tempo malgrado le mille dominazioni che pur qualche diversità avrebbero dovuto lasciare in eredità.
I partannesi non hanno memoria. Assistono inerti al mutare delle quattro stagioni: al mattino le brume dell’inverno, poi a metà mattina un sole di primavera con il vento che si fa brezza con un po’ di tepore, verso mezzogiorno arriva il sole spavaldo e giovane dell’estate che ti chiude gli occhi, la sera l’autunno in cui si fa scura la sera e scuro il cuore. E la notte, la notte, fredda o calda, afosa di scirocco d’estate, gelida di venti d’inverno, è sempre piena di stelle. I partannesi vedono il cattivo tempo esagerando e dimentichi di chi come il sacerdote Mendolia parlava con parole di verità del vero clima di Partanna: L’aria di questo luogo…è incostantissima, ed ogni giorno si esperimenta l’ambiente delle quattro stagioni: Perché meravigliarsi allora? Perché non partecipare attivamente a contrastare un mondo reale: buco nell’ozono, guerre mondiali, politica ambientale, una vita che esiste anche se Partanna di quella vita universale fa parte e ne è responsabile? Perché i partannesi sono esenti dal male del mondo dalla politica
Per senso di appartenenza ha anche una dimensione non solo emotiva, ma antropologica, fuori da quell’incoscio collettivo di cui parla Jung. Il carattere dei partannesi si può riassumere in due verità per loro bibliche: la prima è stile di vita: a un parmu di lu me culo succeda pure il finimondo e la seconda verità si può riassumere in questa visione ottimistica: mmortu je subissatu lu munnu,
Il posto, per questo vivono e lottano con unghie e denti. E ottenuto il posto – la sistemazione di un posto fisso – rimangono servi al padrone di turno.
Qui non si hanno aspettative, ma attese. Quando comincia il giorno la tragedia infinita di riprender sempre la stessa immagine – si chiama reputazione – il sipario di una vita vera è già calato. Come nei drammi di Ceckov. Qui vive solo l’essere, l’immutabilità, lo status quo che non ammette il divenire. C’è chi nasci tunnu e chi nasce quadrato. “Fatti la fama e curcati”. I partannesi non hanno ambizioni, si accontentano del posto. Qualcuno l’ha chiamata impiegomania.
Se qualcuno volesse affermarsi e dicesse che vuole puntare sulle proprie forze, questo bisogno (che fa parte dei bisogni innati primari nella scala dei bisogni di Maslow) viene sempre recepito e distorto come fosse vanteria, il peccato più grosso in questo paese dove la falsa modestia (in realtà motivata) imponeva di tacere:
“Cu s’avanta cu li so denti ‘un cci nn’è nenti.” Le autorità epistemiche si mettevano subito in moto: fioccavano i pettegolezzi a raffica, ogni sua parola poteva (e doveva) essere usata contro di lui. La paura del giudizio della gente – chi credeva di essere? – inibisce ogni ambizione seppur non solo naturale, ma legittima. pettegolezzi e soprattutto maldicenze e gli spacciatori di pettegolezzi che godono della loro reputazione.
Il racconto di fatti personali – che altrove si sarebbe chiamato curricolo o biografia – qui rappresenta il peccato più grande, qui dove regna l’umiltà. I partannesi soffrono di umiltà, ma di una umiltà malata che ti fa terricolo incapace di guardare il cielo sia pure quello che sta sopra la sola propria testa. Che si tratti di un comandamento biblico insistito dalle solite autorità per evitare che qualcuno volesse fuggire dalla prigione, a nessuno venne mai in mente e tutti facevano professione di umiltà e obbedienza. Non umiliarsi significa innalzarsi dalla prigione, sentirsi superiore. L’umiltà rende sicuri, l’ambizione rende migliori. Ma cosa vuoi migliorare se un popolo intero crede di vivere nel migliore dei mondi possibili? L’umiltà – se si guarda bene – è solo delle cose, degli oggetti dei monumenti delle epigrafi: si dispongono tranquille là dove le posi, modeste, silenziose, obbedienti…
L’umiltà è l’anticamera di tutte le imperfezioni. Il non fare è l’essenza degli umili. ma qualcuno ha detto che chi fa può sbagliare, chi non fa ha già sbagliato. Meglio la sicurezza dell’umiltà.
Non sono certo gli orgogliosi che vanno col cappello in mano a chiedere l’elemosina di un posto di lavoro o un tozzo di pane. L’umiltà non è un volgare disprezzo di sé: essa è il senso della nostra misera incapacità di comandare agli eventi. L’orgoglioso con le palle sa bene che anche sul più alto trono del mondo siamo sempre seduti sul nostro culo.
L’interesse per una buona reputazione (NON PIACERSI MA PIACERE) rappresenta un terribile freno contro la novità, la creatività, i momenti di follia che superino il semel in anno licet insanire che rappresenta il massimo contrattuale garantito. E del resto il difficile qui più che altrove non è avere idee nuove, ma liberarsi dalle idee vecchie.
Vito Piazza

Clima e carattere dei partannesi
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