KLEOS - domenica, 17 Gennaio 15:57

Dossi, cunette e c.

Qualcuno che non ha la memoria corta – tipica del partannese tipo – ricorderà che abbiamo iniziato questa pagina “graffiante” con le note riguardanti la circolazione nella nostra città, aggettivata sempre dai cronisti senza fantasia “belicina”. Credevamo di aver raggiunto il top quando parlammo dei segnalatori di direzione (per gli appassionati dei western ”frecce”) che […]

Qualcuno che non ha la memoria corta – tipica del partannese tipo – ricorderà che abbiamo iniziato questa pagina “graffiante” con le note riguardanti la circolazione nella nostra città, aggettivata sempre dai cronisti senza fantasia “belicina”. Credevamo di aver raggiunto il top quando parlammo dei segnalatori di direzione (per gli appassionati dei western ”frecce”) che qui non erano che poco più di un optional. Si ricorderà l’esperienza raccontata dal vostro cronista dell’Ape che scendendo dai Cappuccini verso Castelvetrano, procedeva a lentezza di lumaca, ma con consumo di carburante e fumo tali che al confronto la raffineria di Rho e della Fina insieme erano aria fresca di montagna. Ebbene, ricordo che volevo sorpassare ma mia sorella me lo impedì. Arrivati ad un certo punto e poco prima di arrivare alle 4 vie, l’Ape mise (udite, udite!) la freccia a destra. Mi dissi che potevo, anzi dovevo sorpassare. Ma mia sorella disse di no, che il conducente dell’Ape più che terremotata avrebbe girato a sinistra. Le diedi ascolto contro ogni logica e contro ogni codice stradale: infatti con uno scatto da Ferrari quando le Ferrari erano vere macchine da corsa, l’Ape si lanciò sulla sinistra come un missile da Cape Canaveral. Sarebbe stato un incidente NON AUTONOMO (così scrivono ora quando ci si fa male da soli) ma che fu evitato dalla saggezza di mia sorella. Le chiesi se avesse doti divinatorie. No, mi disse. “E’ che lì a destra quel signore dell’Ape ha un terreno suo e ci va quando gli pare”. Mi dissi che in fondo era giusto, che le ragioni della privacy erano superiori di gran lunga al codice stradale. Le cose non sono cambiate molto, in questi 13 anni. L’amministrazione comunale ha continuato a sguinzagliare la polizia urbana sempre e quasi unicamente alla Villa, come se la periferia non esistesse, come se in via Palermo, subito dopo il Macello scendendo dalla Montagna o l’incrocio di via Zagato o in fondo alla via Selinunte all’altezza di meccanici vari, fossero terra di nessuno. E’ da 13 anni che vengono denunciati i fossi che hanno valso il titolo alla nostra città”( eh sì belicina, che mi…a. la fantasia non abita qui). Ma non solo non si è fatto nulla, ma si è proseguito nella logica che ai partannesi non basta essere cornuti, ma che dovevano essere anche “mazziati.” E allora visto che non si riempiono i fossi (impresa sempre più disperata da protezione civile insieme ai Caschi blu dell’ONU) perché non aumentare i dossi altrimenti noti come DISSUASORI? Perché impedire ai giovani in motorino di usare quei dossi come trampolino di lancio per voli non proprio pindarici? Perché non implementare la compra di auto nuove visto che ogni auto si scassa un pochino ogni giorno passando da un fosso ad un paradosso? Perché ridurre i dolori reumatici che tra dossi e fossi aumentano implementando l’industria farmaceutica e quel male comune a tutti i partannesi che è la cervicale, nota qui con la semplice espressione “haiu li dulura??. Il nostro Sindaco è stato grande nell’affrontare la prima ondata della pandemia, un po’ meno in questa seconda ondata… ma visto che è capace di fare cose grandi, come mai non sa ridurre i fossi che sono fossati o precipizi? Forse una spiegazione c’è. Con i fossati nella città (ho capito, ho capito “BELICINA e che m… a!) si può avere un turismo a tasso zero. Che bisogno c’è di andare fino allo Stretto per vivere l’esperienza dei fossati? E’ come per i prodotti della terra: a kilometro zero. Grazie, signor Sindaco, come è buono lei. Mi scuso ma non riesco proprio a uscire dal fossato per stringerle la mano. Ma lo farò, non appena il CAI (il club alpino italiano) mi tirerà fuori dal crepaccio, qui in montagna. Vito Piazza ispettore emerito


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