KLEOS - lunedì, 6 Aprile 12:26

Il Prossimo

Lascio a chi di competenza il problema – tale è anche la tragedia che ci affligge – di come affrontare al meglio ciò che stiamo vivendo, osservando come la nostra comunità partannese stia rispondendo per il meglio per la propria e l’altrui incolumità. Voglio solo ricordare che il concetto di “prossimo” che tutti collochiamo in […]

Lascio a chi di competenza il problema – tale è anche la tragedia che ci affligge – di come affrontare al meglio ciò che stiamo vivendo, osservando come la nostra comunità partannese stia rispondendo per il meglio per la propria e l’altrui incolumità. Voglio solo ricordare che il concetto di “prossimo” che tutti collochiamo in tempi biblici e dove il prossimo sembra qualcosa di lontano, in realtà PROSSIMO è chi ti sta vicino, le persone che ti stanno accanto, con cui vivi da sempre, con cui dividi e condividi la maggior parte della giornata. Prossimo è termine che indica vicinanza o affinità, spaziale o temporale, a qualcuno o a qualcosa, spesso nel senso di “seguire”, “venire dopo”. In questo senso il “prossimo” dell’Israelita storico era il “vicino”: concetto estensibile anche a chi era autorizzato a vivere nel territorio israelitico, pur non essendo seguace dell’Ebraismo né adoratore di dei pagani. Nella teologia cristiana, il termine “Prossimo” intende invece qualsiasi essere umano, anche tradizionalmente un nemico, verso cui esprimere la caritas additata come dovere da Gesù nella parabola del buon samaritano: il prossimo è colui che nell’immediato (temporalmente né prima né poi), per incontro o per relazione, ci elargisce il suo aiuto (il Samaritano è il prossimo del suo nemico Israelitico che aveva incontrato i briganti e che malgrado l’inimicizia storica tra Israeliti e Samaritani, lo soccorre, lo cura e lo affida a un terzo, pagando le spese dello sventurato che era stato ferito). Ma non è solo un rapporto di reciprocità – do ut des – ma un rapporto che parte dall’interno di ciascuno di noi. Ho sempre scritto che viviamo in un mondo digiuno di carezze. La tragedia che stiamo vivendo può essere vissuta in vari modi: c’è chi sfodera il proprio egoismo uscendo di casa e accaparrandosi ogni ben di Dio (anche contro il parere di Dio che non ama l’egoismo) e chi invece rischia per amore, facendo del volontariato, facendo il proprio dovere, ricordandosi il giuramento di Ippocrate o più semplicemente il giuramento fatto allo Stato in nome della Costituzione, la più bella del mondo perché programmatica e solidaristica. Maledetto quel popolo che ha bisogno di eroi, tuonava Brecht, ma oggi dobbiamo constatare che anche l’uomo comune può essere un eroe. Come? Semplicemente seguendo le regole, rinunciando non solo a Pasquetta, ma anche alla Pasqua che un Salvini vede solo come presenza alla celebrazione della Messa, non accorgendosi che si tratta di incitamento all’omicidio o al suicidio. Queste non sono carezze. Ma l’attenzione al PROSSIMO che ci sta vicino, non è mai ESCLUSIVA, ma è sempre inclusiva. Non si può considerare il prossimo che ti sta accanto IGNORANDO chi sta soffrendo nel resto del nostro paese e nel mondo. E qui ritorna d’attualità il vecchio Mazzini, studiato alle medie poi dimenticato: “Non vi sono cinque Italie, quattro Italie, tre Italie. Non vi è che una Italia. I tiranni stranieri e domestici l’hanno tenuta e la tengono tuttavia serva e smembrata, perchè i tiranni non hanno patria; ma qualunque tra voi intendesse a smembrarla redenta, o accettasse, senza lotta di sangue, ch’altri la smembrasse, sarebbe reo di matricidio e non meriterebbe perdono in terra nè in cielo. La Patria è una come la Vita. La Patria è la Vita del Popolo. Dio ve la diede; gli uomini non possono a modo loro rifarla. Gli uomini possono, tiranneggiando, impedirle per breve tempo ancora di sorgere; ma non possono far ch’essa sorga libera, oppur diversa da quel ch’essa è. Dio che, creandola, sorrise sovr’essa, le assegnò per confine le due più sublimi cose ch’ei ponesse in Europa, simboli dell’eterna Forza e dell’eterno Moto, l’Alpi ed il Mare. Sia tre volte maledetto da voi e da quanti verranno dopo voi qualunque presumesse di segnarle confini diversi. Dalla cerchia immensa dell’Alpi, simile alla colonna di vertebre che costituisce l’unità della forma umana, scende una catena mirabile di continue giogaje, che si stende sin dove il mare la bagna e più oltre nella divelta Sicilia. E il mare la recinge quasi d’abbraccio amoroso ovunque l’Alpi non la ricingono; quel mare che i padri dei padri chiamavano Mare nostro. E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa, in quel mare, Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole, dove natura di suolo e ossatura di monti e lingua e palpito d’anime parlan d’Italia. In verità, colui che nega l’Unità della Patria non intende la Parola di Dio, nè quella degli uomini. Voi dovete vivere e morire in quella Unità, però che in essa stanno per voi la Forza e la Pace, il segreto della vostra missione e la potenza per adempirla. Qualunque tra voi sorge a libertà, sappia ch’ei sorge per tutti. Incarni ciascuno in sè i dolori, le speranze, le memorie, il palpito d’avvenire di quanti respirano l’alito che si ricambia dall’Alpi al Mare e dal Mare alle Alpi. Fra l’Alpi e il Mare non sono che fratelli. E la maledizione di Caino aspetta qualunque dimentichi che, mentre un solo dei suoi fratelli geme nell’abjezione della servitù e non posa tranquillo e lieto d’amore sotto la sacra bandiera dei tre colori, ei non può aver Patria, nè merita averla. Oggi più che mai le nostre carezze vanno all’ITALIA e al mondo. Oggi ci siamo resi conto di come la globalizzazione sia una menzogna, di come sia una menzogna delle Multinazionali che hanno imposto il PENSIERO unico, quello occidentale. E i cinesi sono stati i primi a inviarci degli aiuti. Riscopriamo ciò che abbiamo. LA FELICITA è  desiderare ciò che si ha. Nel nostro caso cambia solo il verbo: al futuro. Desideriamo ciò che avevamo fino ad ieri e magari non eravamo in grado di apprezzare. Passata la tempesta, niente potrà essere come prima.

Vito Piazza


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