KLEOS - sabato, 14 Aprile 22:30

La ricorrenza del Venerdì Santo

Ogni anno, per la ricorrenza della Santa Pasqua, tutti i giornali, chi più, chi meno, parlano di questa festività molto attesa. Io voglio invece parlare di quelle ricorrenze, legate alla Pasqua, che in parte sono state inghiottite dalla globalizzazione. La ricorrenza del “Venerdì Santo” con “la scisa di la cruci”, ha subito nel tempo delle […]


Ogni anno, per la ricorrenza della Santa Pasqua, tutti i giornali, chi più, chi meno, parlano di questa festività molto attesa. Io voglio invece

parlare di quelle ricorrenze, legate alla Pasqua, che in parte sono state inghiottite dalla globalizzazione. La ricorrenza del “Venerdì

Santo” con “la scisa di la cruci”, ha subito nel tempo delle variazioni. Alle origini, la Piazza Garibaldi ospitava questa funzione religiosa,

in seguito fu portata al vecchio Calvario, quindi nella Piazza Ruggero Settimo davanti alla chiesa di San Gandolfo e il monastero della

Badia. Oggi si svolge al nuovo calvario. Dopo sette prediche (la predica delle sette parole) e la discesa di Gesù dalla croce, si svolgeva

per le vie della città una lunga processione con i simulacri della Madonna Addolorata e Cristo nella bara. Alla manifestazione religiosa

partecipavano le numerose confraternite incappucciate, le “veroniche” (donne vestite di nero), e le “Marie”, ragazzine vestite di nero con

i folti capelli arricciati, che portavano una scaletta o una croce o una corona di spine, tutti segni della croci_ ssione di Cristo. Seguivano

le numerose confraternite incappucciate e moltissimi fedeli. Durante la processione si pregava in questo modo: -“L’acqua e lu pani

vulemu Signuri”- seguito da un colpo sordo di tamburo; -“Pietà e misiricordia Signuri”- un altro colpo di tamburo. “L’eternità” (Pasquetta

o lunedì di Pasqua o lunedì dell’Angelo) è il giorno dopo Pasqua. Come ricorrenza religiosa, questo giorno ricorda l’incontro dell’angelo

con le donne giunte al sepolcro di Cristo. A Castelvetrano questa ricorrenza era così chiamata per la vecchia abitudine siciliana di storpiare

le parole; deriva da Trinità, poiché in quel giorno c’era la consuetudine di fare una passeggiata a piedi, con possibili picnic lungo

lo stradale, _ no alla chiesa della SS. Trinità di Delia. Questa consuetudine risale al 1392, quando nella località Delia c’era un monastero

di monaci benedettini che, in quella ricorrenza, davano da mangiare a tutti coloro che andavano a visitarli. Dal 1523 non si diede più da

mangiare, ma la gente continuò questo pellegrinaggio a piedi, portandosi dietro l’occorrente. Così, negli anni ’50, noi ragazzi, secondo

la consuetudine, seguivamo i nostri genitori in questa entusiasmante passeggiata verso la Trinità di Delia, senza dimenticarci di portare

con noi e di mangiare le uova bollite colorate, preparate qualche giorno prima di Pasqua. L’uovo, sin dall’antichità, è stato considerato

il simbolo della vita, l’origine dell’uomo e della stessa divinità. La sua colorazione ha origini superstiziose contro le potenze occulte

maligne. Inoltre la gente si portava, oltre al normale cibo, quello che era rimasto del giorno prima, come “lu campanaru di Pasqua” e

“l’agneddu pasquali”, che si usano ancora, e la “sosizza pasqualora” ormai in disuso. “Lu campanaru”, fatto di pasta frolla dolci_ cata, ha la

forma di “cucciddatu” (ciambella molto lavorata) con l’uovo sodo colorato posto su un lato, mentre “L’agneddu pasquali” è fatto di pasta

di mandorla. La “sosizza pasqualora” era fatta di carne di maiale con il budello grosso dello stesso animale, preparata e fatta asciugare e

stagionare per qualche mese. Anche la “minnulata o cubaita” (da kubbat, di origine araba) fatta di zucchero e mandorle o noci o sesamo,

continua a far parte della ricorrenza “pasqualora”. “L’acqua Nova”- Sto per parlare di un’altra funzione religiosa da noi scomparsa, anche

se, mi risulta, che nei piccoli paesi come Men_ continua questa ricorrenza. Il giorno di martedì dopo Pasqua, iniziava la benedizione di

tutte le case. Intorno agli anni ’50 era talmente sentita questa funzione, che tutte le massaie non uscivano da casa in quei giorni, per

paura di restare con la casa dissacrata. Il prete bussava ed entrava in tutte le abitazioni, per benedire tutta la casa, compresa la stalla e

gli animali. Il ragazzo che lo seguiva, portava in una mano un recipiente con l’acqua benedetta e nell’altra un paniere. Passando per le

strade, il ragazzo per attirare l’attenzione delle massaie, aveva il compito di gridare: “Passa l’acqua nova, ch’un avi sordi ci metti l’ova”.

Infatti, in quell’occasione, la gente faceva delle o_ erte: la moneta metallica era posta nell’acqua benedetta. La moneta cartacea e le

uova si mettevano nel paniere. Non c’è da meravigliarsi dell’o_ erta delle uova, perché durante la civiltà contadina l’uovo era considerato

come moneta di scambio. Così, nei cortili, spesso succedeva che il cavolo o il latte della vicina “cummaredda” si scambiava con delle

uova. Ricordo benissimo che il pescivendolo, venuto a piedi scalzi da Mazara, tornava a casa con uova o prodotti agricoli di scambio.

Vito Marino


Torna alla Home