KLEOS - domenica, 21 Dicembre 10:13

La sofferenza per la fine di un amore

Se il cuore piange per ciò che ha perso, l’anima gioisce per quello che può ritrovare; i grandi dolori hanno questo di buono, ti portano a riscoprire te stesso. Quante persone, dopo un lutto, sviluppano un dolore toracico che interpretano come “dolore al cuore”….e che viene poi diagnosticato come reflusso gastrico? Secondo la scienza, la […]

Se il cuore piange per ciò che ha perso, l’anima gioisce per quello che può ritrovare; i grandi dolori hanno questo di buono, ti portano a riscoprire te stesso. Quante persone, dopo un lutto, sviluppano un dolore toracico che interpretano come “dolore al cuore”….e che viene poi diagnosticato come reflusso gastrico? Secondo la scienza, la sofferenza che si prova per una delusione d’amore o la fine di una storia non parte però dal cuore ma dal cervello ed è paragonabile a una scottatura o a una “botta in testa”. A dimostrarlo è uno studio condotto da Ethan Kross all’Università del Michigan e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, che ha esaminato con la risonanza magnetica, in un gruppo di volontari, la risposta del cervello ogni volta che questi ricordavano il dolore dell’abbandono, mostrando loro proprio una foto dell’amante perduto. Il test è poi stato ugualmente ripetuto provocando nei volontari un dolore fisico mediante uno stimolo termico e il risultato è stato molto chiaro: la rottura di una relazione genera lo stesso dolore di una scottatura. “Questi risultati – spiega Kross – offrono un nuovo punto di vista da cui guardare al rifiuto sociale. Adesso sappiamo che, oltre a generare un dolore psicologico, l’amore finito fa anche male fisicamente. E la sofferenza è paragonabile a quella generata da una scottatura”. Tutto nasce dal fatto che, in entrambi i tipi di dolore, si attivano nel cervello la corteccia secondaria somatosensoriale e l’insula dorsale posteriore, aree legate finora solo a stimoli fisici dolorosi. Il cuore insomma non c’entra: tutto parte dal cervello, che crea uno stato di sofferenza quando si viene tagliati fuori dalla vita dell’ex amante, un po’ come se si accendesse l’interruttore del dolore, col risultato che le pene dell’amore bruciano proprio come quelle del corpo. “L’amore è una condizione particolare, di sospensione tra il reale e l’irreale, che spesso produce la perdita di consuete linearità per inaugurare dei non sensi che però sono, essi stessi, gli aspetti che illuminano e dinamizzano la nostra vita. Noi siamo le nostre passioni”. L’amore è dunque, desiderio che attrae e unisce gli esseri viventi e coscienti in vista di un reciproco bisogno di completamento ma coltiva un paradosso: nell’altro si cerca qualcosa di sé ma anche qualcosa di completamente diverso. “Quando finisce un amore bisogna essere in grado di elaborare la perdita, il lutto, passando attraverso fasi che comprendono diversi sentimenti come incredulità, dolore, rabbia, senso di colpa. Ma, soprattutto, deve esistere la capacità di simbolizzare la perdita. La libido, solo così, può tornare libera ed essere riversata su un altro oggetto. Quando questo lavoro elaborativo non ha successo si può scivolare nella melanconia. L’idea che chi soffre per amore patisca un dolore, anche fisico, non è assolutamente nuova, basta leggere i versi di Saffo o attraversare le opere d’arte, del cinema, del teatro, della letteratura. Freud sosteneva che l’Io, prima di ogni altra cosa, è corporeo e che quindi non esiste una scissione tra mente e corpo ma un’integrazione di vissuti che si manifestano attraverso diversi linguaggi ma che hanno una stessa grammatica. Nella società odierna, dove ogni desiderio è presentato come realizzabile per chiunque, si è persa, insomma, la capacità di tollerare il conflitto, la tristezza, il limite e quindi si vive nella consumazione dell’istante e nell’impossibilità di accettare che un progetto possa riuscire ma anche fallire. “Nessuno sembra possa tollerare una disillusione, una frustrazione: si vive in un mondo che pubblicizza e vende come merce felicità, bellezza, immortalità. L’amore non dovrebbe dunque essere sinonimo di possesso di qualcosa o di qualcuno, ma consistere nell’essere mobili, nel trovare uno spazio intermedio in cui coltivare similarità e differenze. Il dolore dell’abbandono, della perdita, non sarebbe così eliminato ma potrebbe diventare volano per un nuovo modo di essere, come il campo lasciato a maggese che sembra senza vita e arido ma sotto quella stessa terra brulla coltiva nuovi semi. Il trauma psichico causato dal rifiuto o dalla perdita amorosa, può indurre un vero e proprio “blocco” emotivo, un allontanamento da sé forte e deciso della situazione dolorosa, attraverso la rimozione inconscia della sofferenza. Il dolore mentale è difficile da sostenere, soprattutto nei primi momenti dell’abbandono, sia in chi lo agisce che in chi lo subisce. Questo può produrre reazioni diverse, dall’esplosione verbale alla “paralisi” della mente e del corpo (inibizione). Avere la possibilità psichica di sentire, vivere, “soffrire” il proprio dolore è salutare per la qualità di vita. Le manifestazioni somatiche possono essere diverse a seconda dell’intensità del dolore psichico e della personalità di base. I disturbi gastroenterici, sono ad esempio i primi a comparire perché richiamano le prime esperienze di accudimento, il buon seno e il buon latte materno dei primi mesi di vita. Quelli respiratori come l’asma bronchiale o anche patologie più importanti, riflettono le esperienze psichiche dei primi anni o mesi di vita che si riflettono sull’asse immunoendocrino, esperienze di carenze e/o perdite affettive riattualizzate dalla perdita amorosa. Un’angoscia profonda non percepita che si abbatte sul sistema respiratorio. Alla fine, comunque, il fenomeno si manifesta in chiunque sia sottoposto ad uno stress intenso e prolungato, mentale e fisico insieme”. Come fare per superare il dolore? Dobbiamo immaginare che questo addio, per quanto doloroso, stia contribuendo alla preparazione di un nuovo viaggio. Per questo bisogna evitare di rivivere il passato, liberarsi da quello che non c’è più e immaginare che la propria pianta vada verso il proprio destino. Se da un lato c’è il dolore della riva che abbiamo lasciato, dall’altro possiamo vivere il desiderio di un nuovo percorso. Ognuno di noi ha un destino da seguire, un sentiero che appartiene solo a lui. Il compito di ciascuno è continuare a percorrere la propria strada, per diventare se stesso.

Marilena Pipitone


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