KLEOS - domenica, 15 Marzo 19:40

L’affidamento familiare: un atto d’amore

In Italia l’affidamento familiare è disciplinato dalla legge n. 184 del 4 maggio 1983, modificata con la legge n. 149 del 28 marzo 2001 sul “Diritto del minore ad una famiglia” nel quadro della tutela dei diritti dell’infanzia. Difficile avere un quadro generale della situazione degli affidi in Italia: “dai dati ministeriali emerge che i […]

In Italia l’affidamento familiare è disciplinato dalla legge n. 184 del 4 maggio 1983, modificata con la legge n. 149 del 28 marzo 2001 sul “Diritto del minore ad una famiglia” nel quadro della tutela dei diritti dell’infanzia. Difficile avere un quadro generale della situazione degli affidi in Italia: “dai dati ministeriali emerge che i minori italiani collocati all’esterno del proprio nucleo familiare sono 29.388, dei quali 14.991 inseriti in comunità, 6.986 affidati a parenti, 7.441 in affidamento extra-familiare” (fonte Rapporto finale Tavolo Nazionale Affido pubblicato nel novembre 2013 sui dati al 31 dicembre 2011). Ma sono sicuramente molti di più, visto che ogni Comune ha metodi diversi di registrazione. Molto è stato fatto, certo, ma molto resta ancora da fare. Accogliere un bambino, anche se per breve tempo, è sempre una bella storia d’amore. È questo lo spirito che spinge le persone a intraprendere la strada dell’affido, pur se con qualche ansia. Perché si guarda a un’esperienza in parte complessa, che vede in campo diversi attori: il minore, la famiglia d’origine e quella affidataria, i servizi sociali. E perché si è in alcuni casi impensieriti dalla temporaneità del percorso, che può mettere in moto sentimenti non facili da governare, una volta che il periodo dell’affido sia terminato. «L’importanza del gesto sta nel mettere al centro la crescita e sicurezza dei ragazzi, i loro bisogni, non quelli delle famiglie che li accolgono». Quando arriva il desiderio di accogliere il bambino di una famiglia in difficoltà, per dargli un tetto, delle sicurezze e fare un pezzo di strada insieme, non sempre si sa da dove cominciare e spesso si rischia di lasciar perdere. Eppure è un gesto semplice: per alcuni è una sorta di obbligo nei confronti della società, un modo concreto di dare una chance agli adulti di domani. Per qualcun altro è un passaggio naturale, magari dopo aver raggiunto i propri obiettivi personali e lavorativi. Poco importa se l’iniziativa parta da una coppia sposata o convivente, con o senza figli, o da un single giovane o anziano, quello che conta è la determinazione ad aprirsi all’altro e, cosa ancora più importante, al suo mondo di provenienza L’affido familiare per definizione è temporaneo: qualche volta dura alcuni mesi, altre qualche anno, c’è da dire che questi ragazzi non resteranno per sempre nella famiglia affidataria. Ma bisogna avere chiaro che sopra ogni cosa c’è l’interesse e il bene di questi figli, ai quali va garantito tutto l’affetto possibile fino a che rientreranno nella propria famiglia. Altrimenti, non si comincia neanche. Esso può essere un progetto di coppia ma anche i single possono richiederlo. Una persona single ritenuta equilibrata, affettivamente compensata, disponibile, della quale si verifica l’idoneità, può intraprendere tranquillamente questo percorso. Attualmente gettando uno sguardo alle famiglie, al rapporto tra genitori e figli, si intravede che “I giovani di oggi hanno un problema: quello di sentirsi orfani di figure, paterna o materna, che dicano loro “questo è giusto e questo è sbagliato, così va bene, così va male”. C’è bisogno di educazione e accompagnamento. Naturalmente la famiglia è il luogo dell’amore, dei sentimenti, ma i figli vanno aiutati a coltivare valori importanti e guidati sulla strada da percorrere, negli ideali e nella concretezza. Sembra invece che i ragazzi debbano inventarsi un’identità, un futuro per conto proprio senza che gli adulti siano nei loro confronti credibili e convincenti. A volte asserisco che il problema dei giovani in questi anni sono i loro genitori. Un po’ fragili. Credo di poter affermare sia nella qualità di professionista che di persona, che accogliere nella propria vita un bambino sia un atto d’amore, che occorre superare il pregiudizio che i single non siano adeguati e che in una società di materialismo qual è la definizione attuale del mondo in cui viviamo, concedersi il lusso di donare amore gratuito è il più bel dono della vita. L’amore va oltre, e benché a volte ci sia il timore di non saper superare il distacco, ribadisco l’importanza dei legami, che vivono sia dentro chi accoglie come famiglia o single che nel bambino. Si riceve in cambio una gratitudine e un affetto che nessuno riuscirà a togliere via, e permettere ed aiutare il rientro del bambino nella propria famiglia d’origine significa aver permesso alle RADICI di sopravvivere.

Marilena Pipitone


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