KLEOS - sabato, 9 Aprile 7:08

Le “toppe” della matrice: restauro o arbitrarie innovazioni?

E’ consentito ad un “profano” interloquire su una materia non di sua competenza? Sul piano legale certamente no! In una società in cui il titolo di studio è “conditio sine qua non” per esercitare una professione, il profano non ha diritto ad aprire bocca. Spetta agli “esperti” esprimere giudizi. Messa così la questione, il mio […]

E’ consentito ad un “profano” interloquire su una materia non di sua competenza? Sul piano legale certamente no! In una società in cui il titolo di studio è “conditio sine qua non” per esercitare una professione, il profano non ha diritto ad aprire bocca. Spetta agli “esperti” esprimere giudizi. Messa così la questione, il mio intervento sulle “toppe” poste sul fianco della Matrice appare come un’intrusione indebita. Ma se gli “esperti” tacciono? In quel caso, forse, anche la voce di un “profano” è legittimata ad alzarsi, se non altro per gettare un sasso nello stagno. E, d’altronde, è necessaria, forse, la laurea in “estetica” per cogliere la bellezza di un fiore o la bruttezza di un rospo? Che se poi vogliamo entrare nel merito della questione, mi pare di poter affermare che il “restauro” nel nostro caso c’entri poco o niente. Ma procediamo con ordine. Qualsiasi intervento su un antico monumento tende a “conservare” (cioè a proteggere, salvaguardare, far permanere nello stato in cui si trova), o a “restaurare” (cioè a ri-mettere in piena efficienza, ripristinare, farlo tornare indietro) (v. M. Dezzi Bardeschi, Conservare o restaurare, in L’architettura n. 580, febbraio 2004, pp. 114-116). La conservazione ha senso, dunque, quando si tratta di conservare la materia del monumento o il suo significato (v. P.Marconi, Materia e significato, Laterza, Bari 1999, pg 4). Così come il restauro ha senso se segue i resti che ancora sussistono. Le tendenze metodologiche a tal proposito sono varie e vanno da quella che mira alla conservazione assoluta dell’edificio a quella che legittima ricostruzioni anche consistenti dell’opera com’era. Ora, alla luce di questi principi, le “toppe” in questione tendono a “conservare” o a “restaurare” una materia esistente o già esistita? O non sono invece arbitrarie aggiunte e innovazioni prive di un qualsiasi nesso storico o filologico? Camillo Boito, vissuto a cavallo tra l’800 ed il ‘900, a proposito degli interventi sui monumenti architettonici, non si stancava di raccomandare di “evitare in essi con ogni studio le aggiunte e le innovazioni”. Ma tant’è! Il tempo dei “grandi” è tramontato!


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