KLEOS - sabato, 13 Marzo 18:40

LIBERTÀ DI PAROLA  O  PAROLA  IN  LIBERTÀ?

Chissà quante volte hai sentito pronunziare l’espressione “libertà di parola” per indicare il diritto di parlare, di esprimersi oralmente. E magari, per dar forza a tale pretesa, ci si appella alla Costituzione. Talvolta, però, in nome di tale malinteso diritto, la “libertà di parola” subisce una mutazione strutturale per diventare “parola in libertà”. No, non […]

Chissà quante volte hai sentito pronunziare l’espressione “libertà di parola” per indicare il diritto di parlare, di esprimersi oralmente. E magari, per dar forza a tale pretesa, ci si appella alla Costituzione. Talvolta, però, in nome di tale malinteso diritto, la “libertà di parola” subisce una mutazione strutturale per diventare “parola in libertà”. No, non nel senso inteso dal Marinetti quale stile letterario libero dalle tradizionali regole di metrica, sintassi, punteggiatura. Magari! No, molto più semplicemente “parola in libertà” purtroppo spesso sta a significare “parola staccata dal pensiero”, divenendo così “anticostituzionale”. E sì, perché quell’articolo 21 della Costituzione, nel sancire “il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, ecc.”,  presuppone l’esistenza di un “pensiero” a monte della “parola”, presuppone una stretta correlazione tra “parola” e “pensiero”.                                                                                                                        

Ora, ditemi un po’, dietro l’espressione “Per il Bene del Paese”, pronunciata dai parlamentari italiani ad ogni piè sospinto, vi sembra che vi sia una correlazione tra le parole e le intenzioni? Se così fosse, l’Italia dovrebbe essere un’isola felice! E le parole “genitore 1” e “genitore 2” utilizzate dal Ministero dell’Interno per indicare rispettivamente il padre e la madre di un cittadino italiano, rendono veramente giustizia alla parità di genere? A pensarci bene, vien proprio da ridere: e infatti, per superare la disparità fra maschio e femmina si utilizza una parola (“genitore”) di genere maschile e si finisce poi col fare una graduatoria assegnando il numero 1 al padre ed il numero 2 alla madre, con buona pace della parità! Non parliamo poi delle parole utilizzate da virologi e affini per spiegare le problematiche da coronavirus. Sentite l’ultima: “Stiamo entrando in un’era delle pandemie”. A dirlo è stata la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Un’era delle pandemie? Ma chi glielo ha confidato, la Sibilla Cumana? E la sua è una minaccia o una speranza? Si augura, forse, uno scenario in cui comanda chi è capace di terrorizzare le masse? 


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