KLEOS - sabato, 24 Maggio 12:55

L’importanza del gioco e della creatività

“È la percezione creativa più di ogni altra cosa che fa sì che  l’individuo abbia l’impressione che la vita valga la pena di essere vissuta”. Il gioco rappresenta un esercizio fondamentale nella strutturazione della personalità, specialmente di quella in età evolutiva. Teorie psicologiche o biologiche hanno cercato di spiegarne la ragione: •  Gioco come superfluo […]

“È la percezione creativa

più di ogni altra cosa che fa sì che

 l’individuo abbia l’impressione che la vita

valga la pena di essere vissuta”.

Il gioco rappresenta un esercizio fondamentale nella strutturazione della personalità, specialmente di quella in età evolutiva. Teorie psicologiche o biologiche hanno cercato di spiegarne la ragione:

•  Gioco come superfluo di energia, secondo cui il soggetto dispone di un’eccessiva carica energetica che ha bisogno di scaricare, facendo qualunque tipo di gioco.

• Gioco come residuo di funzioni ataviche, secondo cui il soggetto riproduce spontaneamente alcune attività dei lontani predecessori che oggi appaiono inutili. Ad es. la lotta soddisfa una tendenza ancestrale; attuandola il soggetto se ne libera, in quanto considera l’avversario un partner indispensabile. Giocare molto da bambini (insieme ad altri bambini) significa avere più probabilità di socializzazione da adulti. Questa teoria è comunque strettamente legata alla legge bio-genetica di Haeckel, secondo cui lo sviluppo dell’individuo ricapitola l’evoluzione della specie (ad es. bambino = uomo primitivo). Questa teoria però, se può spiegare giochi come la lotta, la corsa, l’inseguimento, la caccia…, non può spiegare molti altri giochi frutto dell’imitazione dell’adulto da parte del bambino.

• Gioco come funzione e conservazione dello sviluppo, secondo cui da un lato esso sviluppa e conserva le funzioni utili alla vita adulta e, dall’altro, agisce come una valvola di sicurezza per scaricare l’energia di alcune tendenze antisociali che l’individuo si porta con sé dalla nascita. Questa teoria però non spiega il gioco negli adulti.

•  Gioco come esercizio preparatorio, secondo cui l’attività ludica ha il compito di esercitare funzioni biologiche che saranno poi utilizzate nella vita adulta (ad es. il gattino salta sul gomitolo che gli rotola davanti e lo addenta, come in seguito farà col topo). Questa teoria è stata accettata da pedagogisti come Froebel, Claparède e Decroly.  Un altro autore che si è occupato di tale tematica, introducendo La Creatività fu Donald Winnicott, pediatra e psicanalista inglese vissuto negli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900, descrive la realtà vista dal bambino nei primi anni di vita, come una realtà vissuta in modo puramente soggettivo, dove tutto, compresa la madre, è per il bambino costruita da lui soggettivamente e dove ogni cosa è sotto il suo controllo. Durante questa età il bambino vede la madre come frutto dei suoi desideri. Crescendo il bambino si troverà a dover abbandonare questa visione della madre, lasciandola in uno spazio oggettivo condiviso, dove la madre esiste in modo indipendente dalla sua volontà. Il passaggio che il bambino dovrà compiere è tra la realtà soggettiva ed oggettiva, ma, tra le due forme di realtà se ne interpone un’altra, quella zona che D. Winnicott chiama con il nome di spazio transizionale. Questo spazio possiede entrambe le caratteristiche degli altri due spazi, poiché include sia la componente soggettiva che quella oggettiva. Il passaggio tra queste due realtà, dalla soggettiva a quella oggettiva, avviene grazie a degli oggetti, che consentono al bambino di compiere questo cambiamento poiché possiedono entrambe le caratteristiche delle due realtà. Secondo l’autore, questi oggetti prendono il nome di oggetti transizionali, e sono ad esempio il lembo della coperta che il bambino userà come sostituto della madre per addormentarsi, oppure il peluche di pezza che tutto smangiucchiato si porterà in giro. Gli oggetti inoltre faranno sì che il bambino possa entrare nella realtà oggettiva senza perdere però parte della realtà soggettiva. La zona franca fra spazio soggettivo ed oggettivo è la zona che secondo Winnicott consentirà l’espressione dell’originalità dell’adulto. Quest’area, infatti, non muore, ma anzi, si espande, se non fosse altro che è un luogo psichico dove il bambino può giocare creando attivamente e per questo egli considera le esperienze culturali e creative dell’uomo come delle esperienze transizionali. Citando ancora le parole di Winnicott “è la percezione creativa più di ogni altra cosa che fa sì che l’individuo abbia l’impressione che la vita valga la pena di essere vissuta” possiamo dire che vivere in modo creativo è una situazione di benessere sia fisico che psicologico; la creatività è universale e appartiene al fatto di essere esseri umani vivi. L’atto creativo e la creatività dell’uomo sono un elemento così fondante e imprescindibile, così radicato nell’uomo che, se questo scomparisse, l’individuo potrebbe perdere il sentimento che la vita sia reale e che essa abbia un senso. Per certi versi, solo nell’atto creativo è possibile la comunicazione ed è in esso che l’uomo può fare uso della sua intera personalità ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre se stesso.  Lo spazio creativo e l’atto creativo, ovvero il luogo franco tra la realtà interna ed esterna, dove l’uomo può entrare e all’interno del quale può dimorare e rifugiarsi, dove può dipingere di ogni colore che vuole un’immensa parete bianca, lo spazio dove può, se lo vuole, essere totalmente libero, ed esprimersi totalmente, nasce per necessità da un processo di accettazione della realtà che non si completerà presumibilmente mai. Anche noi adulti quindi dobbiamo imparare a recuperare l’area del gioco e della creatività in quanto ci permette di sentirci liberi dal dovere e di farci riscoprire il piacere, le emozioni e le risorse che si trovano dentro di noi nel bambino che siamo stati.

Marilena  Pipitone


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