di Vito Piazza L’abbiamo detto e ripetuto. Sappiamo di incorrere nel reato – tale è per uno che scrive – di ripetizione. Se volessimo essere più fini diremmo ridondanza. Ma non sarebbe onesto nei confronti di quei 24 lettori (uno in meno del Manzoni) che hanno la bontà e soprattutto il piacere di leggerci. Dunque: repetita iuvant. Gli abitanti di questo paese vivono nel migliore dei mondi possibili. O almeno così credono perché il villano è come si persuade: ha un’unica convinzione un’idea rigida e testarda sul mondo, sulle cose e sugli uomini. Vivono come Pangloss del Candido di Voltaire e la persuasione di fondo non supera i confini del cielo e della terra di questa nostra Partanna. Qui vige la monotonia, il lasciarsi vivere, la noia, anzi l’annoiu. Non esistono eventi, solo accadimenti che non comportino mutamenti, novità, sorprese. Qui, quando si alza il sipario, la tragedia è già avvenuta e se qualche volta succede abbiamo il rimedio: mortu je subbissatu lu munnu. Vige quel consenso sociale che fa sì che la visione della realtà sia comune per tutti e unica per il mondo intero. Non si passeggia, ci si “annaca” movendosi come se si fosse cullati, e fermandosi spesso a seconda dei ragionamenti, in genere chiacchiere e tabacchere di lignu. Tutti vivono di annoiu e nell’annoiu, che è un misto dal non fare un cazzo e il male di vivere: ’annoiu qui non è solo uno stato psicologico di demotivazione, temporanea o duratura, non è ozio, o l’essere impegnato in attività lagnose o ripetitive, qui l’annoiu è l’acedia, l’accidia del medioevo, quello stato di grazia o condanna contemplativa che nasce e vive paradossalmente in uno stato di soddisfazione, non certo di bisogno. Qui la voluntas è da sempre noluntas. Qui invano cercheresti la speranza. Qui “l’annoiu” ha un significato attivo: il partannese non si annoia, viene annoiato. Ma c’è un altro significato di ”annoiu” ed è quello di essere malaticci. La natura qui fornisce malattie piuttosto brevi, la medicina ha inventato l’arte di prolungarle. Perciò non pochi partannesi soffrono di paranoia. Qualcuno arriva a fare della propria malattia una ragione di vita, una mission. Un tempo un paesano detto l’affumatu forse perché gran parte del tempo lo passava alla sede della Democrazia Cristiana dove il fumo era talmente denso che a stento si vedevano le carte da gioco, era il tormentone dei medici: ci andava ogni giorno perché era annuiatu ora di questa, ora di quella malattia e andava ora da questo ora da altro medico. L’ultimo dottore aveva più pazienza di altri, ma ormai anche per questo medico ora ogni limite aveva una pazienza come direbbe Totò. “Duttu! Ma chi haiu?”. E il medico ormai aveva capito che una diagnosi protocollare e semplice, non avrebbe soddisfatto del tutto il paziente che sebbene abbastanza educato era privo di quella che i sacri testi definiscono la virtù dei forti, la pazienza. Aveva sempre gli stessi mali rinvenibili nell’Enciclopedia medica e nei testi del IV anno di medicina. In pratica tutti i mali dell’Universo con qualche puntatina oltre la Galassia. Ma a furia di visite anche il medico perse la pazienza. E stavolta fu costretto a usare uno stratagemma. Il medico sapeva che tutti i partannesi sono influenzati dalle parole per loro difficili: tutti possono dire mal di testa: il medico dovrà dire emicrania. Una emicrania sembrerà sempre qualche cosa più grave di un “mezzo dolore di capo”. “Un ti preoccupari. Stavolta ti mando da un mio amico specialista. Ma si trova a Palermo”.- “E comu ci vaiu?”- “Cu la lapa. Adaciu adaciu”. Il medico scrisse la ricetta con lettera di presentazione. “Caro amico, ti invio un paziente affetto da ORCHICLASTIA. Trattalo adeguatamente”. L’affumatu prese ricetta e lapa e andò dal medico, a Palermo. La lapa si fermò più volte. L’ultima per mancanza di benzina che viandanti generosi gli fornirono. Finalmente il medico. Lesse: ORCHICLASTIA. Il medico capì subito: Orchiclasta (“rompicojoni”). In greco antico “ορχεις” significa”testicolo” mentre la forma “κλαω” significa “io rompo”. Fra gli orchiclasti vengono annoverati tutti coloro che in un modo o nell’altro sono maestri nell’arte di “rompere i coglioni”. Il nuovo medico lesse la ricetta con impassibile professionalità. Del resto qui chi va dal dottore oltre che diagnosi e cura vuole essere riempito di medicine perché in questo paese forte del primato di 104/92 la quantità è qualità, oltre al fatto di poter raccontare quanto fosse stato furbo. Del resto a Partanna erano i pazienti a prescrivere al medico le medicine che poi avrebbero preso. Questa volta l’affumatu era quasi soddisfatto. Si fece il giro delle farmacie e non trovando medicine contro l’orchiclastia arrivò alla disperata conclusione che il suo male era incurabile, Partanna non ragiona. Giudica. Qui lo stigma è di casa. Perciò l’affumatu non disse a nessuno della sua strana malattia.
Vito Piazza



