Sala Luciano Messina

di Vito Piazza Partanna a prima vista sembra una cittadina tranquilla. Dal punto di vista sociologico non crea problemi: se passate per la via Vittorio Emanuele (il tiranno che conquistò la Sicilia rubando e saccheggiando) e trovate tre che passeggiano, niente paura: i primi due sono maestri, il terzo è professore di educazione fisica. Di sicuro ad un osservatore esterno sembra che non ci siano non dico avvenimenti epocali (quelli per intenderci relativi al Castello e ai troppo troppissimi relativi ai Grifeo trattati sempre con rispetto e quasi con devozione in una città che comunque dovette sopportare la tirannia e i soprusi di cui i nostri storici parlano in maniera esegetica, una città che ha sempre amato la libertà anche se qua e là affiorano rigurgiti monarchici o addirittura fascisti. Il presente non ha senso: si ama la storia e ancora di più la preistoria. Un po’ anche la geografia visto che un’intera zona è fatta di vie parallele senza senso: Firenze, Napoli, Torino, Roma e chi più ne ha più ne metta. Servono ai ragazzi e giovanotti tutti disoccupati per imparare in anticipo dove andranno a lavorare visto che Partanna è morta e sopravvive prevalentemente solo grazie alla legge 104.
Non so se abbiano realizzato l’intitolazione di vie dedicate a personaggi equivoci e comunque da dimenticare o da falsare. Si è corso il rischio di intitolare una via ad un noto pedofilo. La memoria è importante, falsarla è più che un delitto, un errore. Il buon senso dei partannesi ha lavato col nome di strada MASTRA quella su cui è scritto il nome di Vittorio Emanuele II (si faceva tutte le serve più o meno disponibili) re così porco e spiacevole a cui si arresero i Borboni colpevoli di un’amministrazione corretta, lasciando ai Savoia la libertà di strupri ruberie massacri.
E al presente si perpetua la tradizione: chi era Franco Taormina e cosa fece per Partanna? I nostri storici preferiscono non occuparsene. Inoltre – per il sottoscritto che fu testimone oculare – vedere che la sala Congressi (la chiamiamo così) del Magistrale sia intitolata ad uno dei presidi più retrivi e reazionari, sì, Giacomo Leggio, è un insulto, non dà pace. Tutto quello che gli viene attribuito non è stata farina del suo sacco ma di Luciano Messina, ormai dimenticato e sopraffatto dai “sentito dire”. Una sola testimonianza: quando il Leggio fu preside (tra i più retrivi e reazionari) ebbe il SOSPETTO che un alunno avesse rubato delle scarpe. L’alunno era uno dei più onesti della scuola. Gridò la sua innocenza, si difese che non c’erano prove della sua colpevolezza. Il preside rispose: NON SONO IO CHE DEVO DIMOSTRARE LA TUA INNOCENZA, SEI TU CHE DEVI DIMOSTRARE DI NON ESSERE COLPEVOLE. Logica perfetta in uno stato di diritto di cui il preside doveva essere l’esempio. Trasferito a Milano mostrò a tutti l’arretratezza del nostro Magistrale. Ma si scrisse poi che aveva fatto una scuola nuova, piena di iniziative e modernità. No. Non aveva rinnovato lui il Magistrale. Era stato Luciano Messina, colpevole di essere nato a Castelvetrano. E quel Luciano Messina è stato davvero il rappresentante di una scuola nuova con dibattiti, incontri, pubblicazioni iniziative sotto lo slogan PORTARE LA SCUOLA FUORI DALLA SCUOLA. Tutto viene attribuito a Leggio. I documenti dicono il contrario. Appello agli storici: VOGLIAMO RISTABILIRE LA VERITA? Dei fossati dello Stretto abbiamo abbastanza; ci sono i fossi, tanti, troppi fossi. Vogliamo dare a Cesare quel che è di Cesare?

Vito Piazza


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