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Era meglio prima?

di Vito Piazza        Questo scritto è solo per chi affida il proprio benessere e malessere a se stesso, al suo presente, ma anche al proprio passato. Chi cerca centri benessere ha un locus of control esterno: crede che la colpa del suo stare male sia sempre di altri. Un esempio. Chi ha il locus of control ESTERNO: un impiegato scende le scale di casa precipitosamente: è in ritardo e si infila dentro la macchina, fa marcia indietro e sbatte contro un palo, urla: ma che ci fa ‘sto palo qui? Quel sindaco è proprio scemo. E si mette ad imprecare contro il sindaco e le istituzioni. Non ricorda che anni prima si era lamentato con l’Amministrazione per il buio e che aveva invocato “quel” palo. Un impiegato che ha il locus of control INTERNO scende precipitosamente le scale, è in ritardo, si infila IN MACCHINA sbatte contro il palo. Dà la colpa a se stesso: “Che pirla! Ecco cosa mi succede ad essere frettoloso. Devo stare più attento. Ecco l’identikit di chi si rivolge ai centri benessere: locus of control ESTERNO (al centro benessere mi faranno passare i sensi di colpa) è ricco o ha soldi da buttare, ripone fiducia in chi non conosce, è un illuso che non vuole prendersi responsabilità. Il BENESSERE? E’ come per la ginnastica CORRETTIVA che corregge sempre e solo lo stipendio dei prof. di educazione fisica. Benessere per gli psicologi col DOPPIO LAVORO. Ma oggi si parla di scuola. Tutti ne parlano. E come sempre succede senza cognizioni di causa. Questo è il contributo di chi, con difficoltà, ha vissuto la propria vita a scuola: “catturato dalla scuola a sei anni e mai più restituito alla vita civile: scolaro, maestro, dirigente, ispettore”. IERI. (anni ’50 e ’60) Il maestro ci faceva leggere cominciando dal primo di noi alunni in ordine alfabetico, fino ad arrivare all’ultimo: dalla A alla Z, ma se mancava per esempio la O che viene subito dopo la N e prima della P passava al ragazzo che aveva il cognome con P. In classe avevamo zero O (di Oca) ma in compenso c’erano tanti Zeta: Zinnanti, Ziminì, Ziritto e li chiamava sempre in quest’ordine anche se a volte li chiamava a saltare come si fa con le tabelline dopo che si sono imparate in ordine dall’1 al 9. Dovevamo seguire con il dito ciò che il compagno di turno leggeva: e c’era chi leggeva speditamente e chi si riposava sulle sillabe perché doveva trasformare quei segni (grafemi) in parole (fonemi). Eravamo costretti a tenere il segno altrimenti guai. Il suono del tuo cognome poteva coglierti in ogni momento, poteva colpirti quando meno te lo aspettavi e allora non era più un suono, ma un colpo di cannone. Il maestro magari leggeva il giornale, non eravamo sicuri che ci ascoltasse, ma il maestro sapeva l’elenco a memoria: Abate inizia tu…Barberini…Ora tocca a Calenda e poi Dominici, Emanueli, Franchini…, continua tu. E poi scorrendo l’alfabeto il maestro richiamava gli scolari prima col cognome e poi col nome come si fa in caserma. Ruffini fermo col dito tanto scorrevole da sembrare oleato, andava al punto preciso interrotto dal precedente lettore e alla sillaba precisa dell’interruzione lesto continuava, come una staffetta, mentre Savoni Maurizio doveva essere già pronto, dato che la S viene dopo la R. Se non sentiva una voce diversa, il maestro sgridava tutta la classe. Toccò a Zinnanti Marèo (il maestro Liotta lo chiamava così perché quando scriveva le sue “c” sembravano “e” su cui chissà perchè faceva cadere l’accento) e continuava peggio di un rosario di vecchiette raccolte nella sagrestia attorno al parroco, pendendo dalla sua voce campagnola e solista. Il maestro: Zinnanti! e Zinnanti fu:…e allora il ragazzo finì nella POZZANGHèRA dato che era appena piovuto: POZZàNGHERA! Corresse il maestro. Daccapo. E fin dall’inizio Zinnanti andava come un treno ma arrivato al punto di prima cadeva nella POZZANGHèRA. Il maestro non poteva permettere che cadesse in una “Pozzanghèra” il cui accento sbagliato poteva essere pericoloso e lo riprendeva nella pozzA’nghera sceccu! Da capo“. Povero Zinnanti! via con i suoi riccioli biondi che doveva iniziare ancora dall’inizio: Il bosco era tutto soleggiato…quando arrivò un temporale che finì subito, ma lasciò tante pozze d’acqua. E allora il povero Luigino nella sua corsa disperata finì nella pozzanghèra. E qui finì la lettura e iniziò il canto lamentoso di Zinnanti Marèo tirato letteralmente per i capelli ritti come chiodi. Ma l’accento non gli entrava in testa: continuava a leggere pozzanghèra, a ripetere pozzanghèra che proprio la pozzànghera non mandava giù, malgrado il maestro continuasse a tirare i capelli ritti come chiodi, malgrado le bacchettate col righello: più che un canto, una preghiera, lamento, più che un lamento una litania liquida di pozzanghère. A fine anno Zinnanti Mareo bocciato. Ma perché il povero Luigino doveva correre tra le pozzànghere? Maledetta pioggia! Zinnanti Marèo divenne muto. Ma credo che ripeta ancora quel nome che significa una pozza d’acqua non molto profonda e che ancora continui a sbagliare l’accento di pozzànghera. OGGI. (prima del 2000) Barbara, occhi piccolissimi e situati in fondo al viso che non lanciano fiamme ma fili sottilissimi di luce tutta concentrata in un laser verde. Era testimone di Geova, la bambina di cui non sapevamo se sapesse leggere e scrivere sebbene fosse con noi già dalla prima elementare. Qualcuno dei compagni la scherniva ora che eravamo in quarta ma lei non ci faceva caso e le bastava chiudere gli occhi per farli sparire. Ma i maestri come il mio erano testardi e non si rassegnava al fatto che lei non leggesse ad alta voce. E anche io ero curioso di sapere se Barbara sapesse leggere o meno. Finiti i tempi in cui bisognava leggere seguendo con il dito e dicendo un nome di tanto in tanto mentre il maestro leggeva il giornale. “Era una bella giornata di primavera, il sole era alto e sembrava volesse illuminare le teste dei contadini…Perfetti! E Perfetti continuava: dei contadini che erano sull’aia sin dall’alba. Erano arrivati a dorso di muli che ora si trovavano all’abbeveratoio a pascolare…BINDI!…La massaia era già a raccogliere legna per il fuoco….Rocchi!…ma i rami erano ancora umidi di rugiada che durante la notte si era depositata su tutto il terreno che pur era stato secco per tutto il giorno prima. Ma la campagna è così…Barbara!…Barbara Melegatti!….Muta. No, stavolta no. Deve leggere, ci diceva il maestro. – Piccola mia, non tenevi il segno?- diceva il maestro. – Sì, che lo tenevo. – E perché non hai continuato? Ti è scappato il dito? Rideva Barbara e chiudeva gli occhi come per dire che non voleva leggere e non poteva dato che aveva gli occhi chiusi. Un’idea. C’era la cattedra e come tutte le cattedre era vuota sotto. Forse per permettere ai maestri di allungare le gambe e alle maestre di non far vedere cosa c’era sotto la gonna. Barbara amava travestirsi, ma questo non c’entra. Sveglia, era sveglia, ma non voleva fare sentire la sua voce o forse si vergognava. Noi tutti avevamo cominciato a schernirla facendo il coro: “Barbara non sa leggere”, “Barbara non sa leggere!”. Ma il maestro ci impose di stare zitti: – Come fate a dire che non sa leggere? Forse sa leggere meglio di tutti voi messi insieme. Ma a lei non piace farlo sapere! Poi si rivolse a Barbara: Facciamo il gioco dei fili! – Che gioco è maestro? Dicemmo. – Barbara si nasconde sotto la cattedra, qui sotto. Ecco io prendo una scatola di lucido di scarpe vuoto (Il maestro trasse dall’armadio i due coperchietti di latta, fece in ciascuno dei buchini col suo coltellino svizzero e con un laccio li collegò; quante cose hanno i maestri e proprio quando gli occorrono) e faccio due buchi, uno per coperchio e li collego con questo spago, così!. Diede un coperchio a Barbara: mettilo vicino all’orecchio! Barbara eseguì. “Adesso io provo a parlare. Tu, dopo aver sentito, mi rispondi dal tuo coperchio“. Disse, anzi sussurrò: Barbara, mi senti? E a Barbara si illuminarono gli occhi verdissimi. Rispose: Sì. Bene. Adesso viene il difficile. Tu farai il coniglio che si nasconde per non farsi vedere. Vedi, qui, qui sotto la cattedra. C’è abbastanza spazio, sembra una casetta, più che una tana. Perciò ti porterai il libro e terrai il tuo coperchietto che ascolta e da cui si può parlare. Appena Armando verrà interrotto da me nella lettura io dirò “Barbara, continua tu. E tu continuerai perché avrai tenuto il segno come fai sempre. Non dovrai leggere a voce alta. Basta che tu legga pianissimo alla parte concava del tuo coperchietto che è come un telefono. Sentirò io solo e io ripeterò a voce alta quello che tu avrai letto. Va bene? Rispose di sì, più curiosa che intimorita. In fondo era come nel telefono. Il maestro scelse un brano dal nostro libro di lettura. Armando? Dall’inizio…“. Titolo: “La non paura della morte”. Un monaco andò in città portatore di un plico importante da consegnare personalmente a chi era indirizzato. Arrivò ai confini della città e, per entrarvi, doveva attraversare un ponte. Sul ponte si ergeva un samurai esperto nell’arte della sciabola e che, per provare la sua forza e la sua invincibilità, aveva fatto il voto di provocare in duello i primi cento uomini che avrebbero attraversato il ponte…Il maestro subito alla cavità del coperchietto: Barbara, continua tu! E Barbara pronta:…Ne aveva già uccisi novantanove. Il piccolo uomo era il centesimo. Il samurai gli lanciò una sfida. Il monaco lo supplicò di lasciarlo passare…Barbara continuava come un treno mentre il maestro traduceva a voce alta per tutti noi. Fece continuare per un po’ Barbara e sembrava non volesse interrompere la sua corsa…Barbara continuava a leggere dei pezzettini (un pezzettino finiva sempre contro un muro che si chiamava punto. Riprendeva fiato Barbara e il maestro lo “trasmetteva” a noi tutti. Barbara inarrestabile:…perché il plico che aveva era di grande importanza. E il maestro: perché il plico che aveva era di grande importanza. Il maestro non solo aveva il telefono ma aumentava il volume come avesse un megafono…Barbara sapeva leggere. Io ne ero testimone. Forse qualche altro maestro non si sarebbe accontentato e avrebbe costretto Barbara ad esibirsi in pubblico, che eravamo tutti noi. A me bastava così: se il fine del saper leggere è saper leggere, perché lo si deve fare in pubblico?

Vito Piazza


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