KLEOS - sabato, 20 Ottobre 17:10

La Cumerdia

Ad una certa età non si può parlare della propria infanzia, senza sentire una stretta al cuore, una rabbia mal repressa contro il tempo crudele, malvagio e traditore. Alla mente ritornano echi di cose smarrite: luoghi, visi, giochi, usi e costumi; un mondo del tutto diverso da quello attuale, scomparso per sempre nel nulla. Ai […]

Ad una certa età non si può parlare della propria infanzia, senza sentire una stretta al cuore, una rabbia mal repressa contro il tempo crudele, malvagio e traditore. Alla mente ritornano echi di cose smarrite: luoghi, visi, giochi, usi e costumi; un mondo del tutto diverso da quello attuale, scomparso per sempre nel nulla. Ai tempi della mia infanzia le strade erano poco trafficate e non asfaltate; il silenzio era rotto dal passaggio di qualche carro, dal rumore di bottega di qualche artigiano, dal canto delle casalinghe nei cortili, dal sonoro raglio d’asino, dal canto del gallo e dallo schiamazzo dei ragazzi nei loro numerosi giochi passatempi a costo zero. Anche i giochi seguono la moda del tempo e subiscono continui mutamenti con corsi e ricorsi. Così, in questi ultimi anni c’è stato un risveglio della “cumerdia” (l’aquilone), che si nota facilmente sulla spiaggia del mare o in occasione di scampagnate.  Il termine “cumerdia”, oggi in disuso, derivava dallo storpiamento dialettale di “cumeta” (cometa); infatti, la forma di rombo con i bilancieri laterali e la lunga coda, davano la sembianza di una cometa.  Oggi basta andare da un negozio di giocattoli e si compra un aquilone. Negli anni 45–50,  i più fortunati, oltre che bravi, riuscivano a costruirselo da sé procurandosi soltanto gli occorrenti. La costruzione dell’aquilone richiedeva una certa perizia: occorreva trovare una carta resistente e leggera allo stesso tempo (allora ne esisteva un tipo colorata che serviva per foderare i libri di scuola). Bisognava saper dosare “li giumma” (i bilanceri laterali), formati da strisce di carta incollate ad anelli a catena; la coda, che fungeva da timone, doveva essere più lunga e rapportata alla larghezza e peso dell’aquilone. Occorreva una certa esperienza anche nel tagliare le canne a strisce sottili, ma non troppo, per la costruzione dello scheletro, che teneva stesa la carta. Fra ragazzi di quartiere si faceva a gara a costruirne sempre più grandi e a farli state in aria per più tempo. Importante era anche l’uso dello spago che doveva essere resistente e nello stesso tempo sottile e leggero. Presupposto per farli volare era il vento, tuttavia, correndo all’indietro il pilota poteva raggiungere lo stesso effetto. Tutte queste esperienze si acquistavano nel tempo. Qualcuno arrivava a costruirne grandi anche con due metri di diagonale e, sfruttando una corrente ascensionale, riusciva a farli salire così in alto da lasciarli “abbiati”, tempo atmosferico permettendo, anche per diversi giorni. Questo genere di aquilone oggi si chiama statico per distinguerlo da quello per combattimento, da quello acrobatico e dall’aquilone da trazione. Quest’ultimo è utilizzato nella pratica sportiva e richiede una preparazione atletica. Le diverse discipline dell’aquilonismo da trazione hanno ormai una loro precisa denominazione. Le principali sono Kitersurfing, Kitebugging, Kitelandboarding, Snowkiting.

 

Vito Marino


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