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Questo mese andiamo a…Sambuca di Sicilia

Sambuca: La Chiesa del Carmine

SAMBUCA – As-Sabuqah, Zabut, Rahal Zabuth, o, come piaceva a Leonardo Sciascia, Sambuca Zabut. Nomi che evocano gli Arabi che la fondarono intorno all’830, e che riecheggiano nei vicoli, nei cortili e nei suggestivi scorci che d’improvviso si offrono ai nostri occhi increduli. Quando qui arriviamo, a Sambuca di Sicilia, e imbocchiamo il Corso Umberto I, subito ci rapisce la piccola chiesa sede dell’Istituzione Gianbecchina, dove sono esposte alcune opere dell’artista sambucese. Sono opere da noi osservate con la tirannia del tempo che altrove ci chiama, ma presto, per una complice intesa dei colori e delle forme, anche noi indugiamo e infine abbracciamo quelle figure di uomini e di donne fatte di terra siciliana, “una terra diversa dalle altre”, scrisse Guttuso a proposito della pittura di Gianbecchina, “perché ha il colore di uno smalto o di una lacca, piuttosto che quello della crosta terrestre (ocra o terra di Siena)”. I contadini, i muli, il paesaggio di questa terra sambucese, hanno qui davvero la forza e la tenerezza del creato e a malincuore alla fine distogliamo gli occhi dalla grande tela “Le dejeuner sur l’herbe”, sperando di scoprire fuori altre meraviglie. E Sambuca non ci delude. Per le strade tutto ci riporta ai secoli passati, quando una borghesia certamente “illuminata” diede forma e bellezza alle idee correnti del tempo. Lungo il Corso, una salita dai larghi marciapiedi interrotti da una miriade di vicoli e cortili, i palazzi barocchi e ottocenteschi mostrano il loro piglio austero e i loro fregi ben conservati. Guardando a destra e a sinistra, sfilano così Palazzo Oddo, Palazzo Mangiaracina, Palazzo Campisi, Palazzo Beccadelli, Palazzo Ciaccio e ancora, oltre il Palazzo Municipale, Palazzo Navarro e Palazzo Panitteri. Sono il segno lasciato dai primi della classe, ci dicono tra il serio e il faceto, ma dobbiamo riconoscere che davvero i sambucesi eccellono in ogni campo. Qui visse quel Vincenzo Navarro, poeta e patriota, che nell’Ottocento animò la vita culturale del paese, dando origine, fra l’altro, al Teatro “L’Idea”, gioiello con tre ordini di palchi, tuttora funzionante con stagioni ricche di Pirandello, De Filippo e Martoglio. Qui nacque Emanuele Navarro, autore del romanzo “La Nana”, che fu un precursore del verismo. E poi ancora sambucesi furono Michele Merlo, potente boss mafioso e politico rispettato nella Chicago del primo quarto del secolo scorso, e Antonino Cuffaro, fondatore e recente presidente del Partito dei Comunisti Italiani. E Antonino Intelisano, il magistrato che scoprì il cosiddetto “armadio della vergogna”, e Ignazio Milillo, il generale dei Carabinieri che arrestò Luciano Liggio. Una sfilza di nomi importanti che la nostra guida sgrana come un rosario di Wikipedia mentre ci accompagna verso il punto più alto del paese. E qui giunti, sulla terrazza del Belvedere dove un tempo sorgeva il castello dell’Emiro, una vertigine ci prende guardando lo strapiombo e lontano la catena dei monti Sicani, mentre l’occhio greco-punico del Monte Adranone scruta diffidente la rocca che fu saracena.  Preferiamo perderci nel dedalo dei vicoli poco distanti, “li setti vaneddi”, quelli denominati ancora esplicitamente saraceni: primo, secondo, e così via fino al settimo vicolo saraceno. Poi, a un passo, ecco un altro gioiello: il seicentesco palazzo Panitteri, possente barocco restaurato, col suo magico cortile interno. Qui ci dicono di aspettare, di avere pazienza; ne approfittiamo per scattare alcune foto e così, attraverso l’obiettivo, fissiamo la poesia di un altro cortile, col suo tufo millenario, il muschio lungo le pareti e la scaletta esterna con i gradini un poco dissestati: tutto il vecchio e l’antico qui riluce nel presente di cui è cosciente e orgoglioso il popolo di Sambuca. Poi scopriamo il perché dell’attesa: arrivano e ci offrono “li minni di li virgini” ed è l’altra dolce delizia di cui ci innamoriamo, mentre il sole ci lascia là dove un’arpa, emblema del paese, ci accolse con un celeste tempo di Adagio, perché Sambuca significa “piccola arpa” ed è musica che da questa terra di “smalto” sale al cielo per un breve intervallo e ritorna.Di Andrea  Ancona


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