PARTANNA – È un martedì mattina. La porta dell’ex Monastero delle Benedettine, fine Seicento, si apre senza far rumore. Dentro: scaffali alti come in un magazzino, chiusi da grate metalliche che ostacolano la visione dei titoli, una luce bianca asettica, un telefono che squilla. Chiedi un libro, ti indicano la posizione, lo prelevi e te ne vai. La visita è durata dodici minuti. Un altro giorno decidi di fermarti lì a leggere, ti senti in un ufficio: non c’è nessuno che studia, che fa ricerche; nella grande sala ci sono due scrivanie che sembrano il centro vitale della struttura, da lì partono chiamate, si stampano pratiche, vanno e vengono persone per depositare documenti. Non fai in tempo a entrare nel mondo della lettura che già è ora di chiusura, ti alzi e te ne vai. Guardi dietro di te quella imponente architettura e hai la sensazione di aver avuto accesso al catalogo, ma di non aver avuto accesso alla biblioteca.
La biblioteca comunale «Francesco Saladino», fondata nel 1839, parte della rete BiblioTP e iscritta al portale MLOL, con un patrimonio inventariato e catalogato minuziosamente e una sezione per l’infanzia e l’adolescenza, non manca di nulla di quanto serve a una biblioteca. Salvo una cosa: non è percepita come tale. È percepita come un ufficio che conserva anche dei libri. E poiché lo spazio educa, chi entra si comporta da utente di sportello, non da lettore.
Il sintomo più visibile sono gli orari: 08:30–13:30 dal lunedì al venerdì, con due rientri pomeridiani di circa due ore. Modellati sulla giornata della macchina amministrativa, non su quella dei cittadini. Se lavori, non puoi andarci. Se studi, non puoi andarci. La biblioteca apre quando la città è altrove e chiude quando la città potrebbe finalmente abitarla.
Il secondo sintomo sono gli scaffali. Sono “formalmente aperti”, come prevede la migliore tradizione bibliotecaria, ma di fatto chiusi. Fatta salva la necessaria tutela dei volumi di pregio e del fondo antico, che meritano ogni cautela, le grate metalliche sugli scaffali della narrativa e della saggistica contemporanea rappresentano una barriera, anche psicologica. Alti oltre il dovuto, schermati, illuminati da una luce che non invita a fermarsi. Eppure, il gesto bibliotecario per eccellenza è uno solo: perdersi tra i titoli, sfogliare a caso, trovare un libro che non si stava cercando. Quel gesto è scoraggiato dalla forma stessa degli spazi, più che dall’operato di chi vi lavora, che anzi tenta di promuoverla.
Il terzo sintomo è la sovrapposizione di funzioni. La sala principale non è una vera sala di lettura: ospita anche le pratiche del Comune. Il personale, con competenza e buona volontà, è chiamato a svolgere due mestieri insieme. Non è una coabitazione progettata, ma subita. E lo spazio, costretto a parlare due lingue, finisce per parlarne una sola: quella dell’ufficio. Così l’utente può percepirsi, anche inconsapevolmente, come un’interruzione, vivendo la biblioteca più come luogo di passaggio che come spazio pubblico da abitare.
Sia chiaro: questa non è una critica a chi, tra quelle mura, lavora con dedizione, ma un appello alle istituzioni. È la politica, e non il personale, a dover decidere se questa struttura debba essere un ufficio comunale o un presidio culturale. Si avverte anzi, il desiderio di chi dirige di scardinare queste abitudini. Il nodo è la traduzione fedele di un’impostazione: il regolamento del 2017, con la sua «gestione in economia», colloca la biblioteca dentro la macchina amministrativa, con i suoi tempi, i suoi vincoli, i suoi orizzonti. E così la biblioteca resta un servizio accessorio. Per Antonella Agnoli, consulente di biblioteche pubbliche, la differenza è evidente: o la biblioteca è welfare, universale come la scuola e il pronto soccorso, o è un consumo culturale di nicchia.
A Partanna questa differenza pesa più che altrove. Poco meno di diecimila abitanti, molti studenti, diverse scuole superiori e un’alta densità di insegnanti. È un comune che ha avuto un’importante stagione culturale, gli anni della ricostruzione del Belice, l’esperienza di Lorenzo Barbera, l’eco del lavoro di Danilo Dolci, e che oggi rischia di custodire quella memoria solo nei convegni commemorativi. Ogni pomeriggio ci sono studenti che cercano un posto per studiare e non lo trovano; insegnanti che leggono, scrivono, hanno qualcosa da dire e non hanno un luogo dove dirlo; famiglie che vorrebbero portare i figli a un’attività culturale e fanno chilometri per trovarla. Una biblioteca aperta prevalentemente di mattina dichiara, nei fatti, che tutta questa domanda non esiste.
Cosa si può fare, senza fondi straordinari
Le azioni a costo zero sono le più importanti, perché si possono attuare subito e non hanno alibi. Spostare le funzioni amministrative fuori dalla sala principale o separarle con un divisorio reale restituirebbe alla sala la sua identità nel giro di una settimana.
Rimodulare gli orari, a parità di monte ore, mette la biblioteca in fase con la vita della città. Più rientri pomeridiani nei giorni in cui la domanda è più alta, quando i ragazzi escono da scuola e gli adulti dal lavoro, si chiede semplicemente un calendario diverso.
Abbassare gli scaffali dove possibile, rimuovere le grate e creare angoli di lettura accoglienti con luci calde, prese elettriche, wi-fi e qualche poltrona, costa meno di molti eventi istituzionali e cambia radicalmente l’esperienza dell’utente.
Le cose che richiedono volontà politica vengono subito dopo. Un piano triennale costruito con le scuole, in cui la biblioteca diventi il “campus condiviso” pomeridiano dei ragazzi. Un Patto per la lettura che esca dal protocollo e diventi calendario reale con associazioni e cooperative giovanili. Un uso continuativo del chiostro come sala all’aperto stabile da aprile a ottobre. Un archivio vivo della memoria del Belice, costruito dagli studenti: interviste, digitalizzazione di foto, mappe partecipate. È quanto di più vicino alla “piazza del sapere” si possa fare con i mezzi di un Comune piccolo. Le cose più impegnative restano come orizzonte: l’utilizzo integrale dell’ex monastero come centro civico-culturale, con un caffè letterario. Ma quel passo lo si fa solo dopo aver dimostrato, con piccoli passi, che la domanda c’è.
Una biblioteca non è il luogo dove stanno i libri. È il luogo in cui una comunità decide se ha voglia di durare. In un paese che perde ogni anno troppi giovani, una biblioteca aperta, davvero aperta, è una delle poche infrastrutture che possono dare, a chi resta, un motivo in più per restare.
Queste riflessioni nascono dalla convinzione che la Biblioteca comunale sia un bene strategico per Partanna. Discuterne apertamente il ruolo e l’organizzazione non è una critica fine a sé stessa, ma un atto di cura necessario verso il futuro della nostra comunità.
Joel Giuseppe Cangemi



