KLEOS - domenica, 15 Novembre 9:04

La Muria e lu sapuni

“La mùria vi canciu pu’ sapuniiii” (la morchia vi cambio per il sapone). Questa frase era “abbanniata” (gridata a viva voce in mancanza di megafono), dai compratori di morchia, che giravano per le strade del paese con il carretto, nel periodo della molitura delle ulive. I compratori potevano essere dei commercianti o gli stessi “sapunara” […]

“La mùria vi canciu pu’ sapuniiii” (la morchia vi cambio per il sapone). Questa frase era “abbanniata” (gridata a viva voce in mancanza di megafono), dai compratori di morchia, che giravano per le strade del paese con il carretto, nel periodo della molitura delle ulive. I compratori potevano essere dei commercianti o gli stessi “sapunara” (produttori di sapone). Fino agli anni ’50-’60 era del tutto normale sentire gridare per le strade i compratori, che richiedevano prodotti dell’agricoltura locale come morchia, olio d’oliva, mandorle. L’olio d’oliva uscito dal frantoio presenta ancora molte impurità, che con il tempo si separano e decantano nel contenitore. Nel nostro dialetto si indica come “funnurigghi”, ciò che resta nel fondo dei prodotti solidi, mentre si chiamano “risidenzi (o risirenzi)” ciò che resta, dopo la decantazione, dei prodotti liquidi; pertanto la muria è la risirenza dell’olio. La morchia oggi è buttata via, ma l’industria chimica potrebbe riutilizzarla per l’estrazione d’altro olio o per la fabbricazione dei saponi; una volta a Castelvetrano c’era una piccola fabbrica di sapone molle: la Ditta Sapienza, che utilizzava queste impurità oltre ad oli guasti. La muria inoltre, messa nello “spicchiu” (lucerna), produceva, tramite “lu mecciu” (stoppino di cotone) una fioca luce, sufficiente per quei tempi. Durante la guerra del ’40/45, era difficoltoso trovare il sapone per bucato a causa degli eventi bellici e per il prezzo troppo elevato. Le massaie, aguzzando l’ingegno, avevano imparato a fabbricarlo artigianalmente in casa utilizzando, oltre alla morchia, l’olio di pessima qualità affiorato dalla vasca detta “la morta o priatoriu”, che si trovava nei vecchi frantoi, oli guasti irranciditi, da residui di oli o grassi di frittura, da piccoli ritagli di sapone inutilizzati, da tutti quei grassi che a mano a mano si riuscivano a racimolare in famiglia ricavati da animali uccisi, quando capitava. La ricetta era la seguente: <<Acqua litri 3,5 + Olio litri 4 + grasso di animali Kg. 3 + soda caustica Kg. 1. Il tutto versato in un fusto e fatto bollire per 5 ore, rimescolandolo durante l’ebollizione. Appena il contenuto incominciava a bollire si iniziava a versare piano piano la patassa (soda caustica, 1 kg per ogni quattro di olio) precedentemente sciolta in acqua fredda. Il sapone ottenuto aveva l’aspetto di una bianca pasta molle. Prima di versarlo nelle forme per la solidificazione si benediceva buttando un poco di sale marino dentro il fusto, tracciando il segno della croce e pronunciando la seguente orazione: “Patri figghiu e spiritu santu pozza crisciri n’autru tantu”. Quindi si spegneva il fuoco e con una cannata di crita, si versava in forme in attesa che si solidificasse. Un’altra ricetta, che ho trovata scritta in “La taverna dell’arsenale” di Pietro Maniscalco, parla di morchia + cenere di scorza di mandorle (per la soda e potassa che contiene) con cinque ore di cottura; inoltre, per ottenere un sapone verde, si aggiungevano alla cottura pale di ficodindia. Per fare il bucato a mano era molto usato “lu lisciuni”, a base di soda caustica. La massaia, per risparmiare, produceva in casa un surrogato: “la liscìa”, utilizzando la cenere di legna, che è molto ricca di soda e potassa. Allora, i lavaggi a mano erano eseguiti nella “pila”, un apposito lavatoio di legno provvisto di “stricaturi” (strizzatoio) cioè di un ripiano con scannellature, su cui si strofinavano i panni. Il lavatoio poteva anche essere di pietra “lu pilacciuni” posto nel cortile comune, vicino al pozzo. Vito Marino


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