KLEOS - martedì, 20 Ottobre 21:45

Partanna nella Storiografia

Premessa Nell’introdurre il discorso sulle “origini di Partanna”, il sac. Mendolia, nella sua “Storia di Partanna”, contesta al p. Domenico Stanislao Alberti la tesi secondo cui “Partanna non va tanto gloriosa dal vedersi favorita dall’antichità per modo che nè pure se ne sa il Fondatore”. Contro tale tesi, esposta dal gesuita palermitano a pag. 168 […]

Premessa

Nell’introdurre il discorso sulle “origini di Partanna”, il sac. Mendolia, nella sua “Storia di Partanna”, contesta al p. Domenico Stanislao Alberti la tesi secondo cui “Partanna non va tanto gloriosa dal vedersi favorita dall’antichità per modo che nè pure se ne sa il Fondatore”. Contro tale tesi, esposta dal gesuita palermitano a pag. 168 del volume 2° dell’opera “Meraviglie di Dio in onore della sua SS. Madre”, stampata in Palermo presso Francesco Amato nel 1718, lo storico partannese dimostra che di Partanna si erano già occupati “Erodoto tra gli antichi e il dottissimo Maurolico; e tra i recenti Denina”. Addirittura egli sostiene che anche “Aristotele e qualch’altro autore ce n’indicano da lontano le tracce”.

   Erodoto e Maurolico

Nel libro V delle sue “Storie”, Erodoto di Alicarnasso, storico greco del sec. V a.c., ci informa che ai suoi tempi venne nella Sicilia occidentale un esercito di spartani, condotti da Tessalo, Parebate, Eclea ed Eurileonte, con l’intento di fondarvi delle Colonie. Essi si insediarono nel territorio compreso tra Selinunte e Segesta con le quali ben presto vennero in conflitto subendo una grave disfatta e divenendo loro tributari. Lo stesso Erodoto, poi, nel libro 7°, riportato dal Burigny nel tomo 1° della sua “Storia di Sicilia”, ci assicura che ai suoi tempi esisteva nel suddetto territorio un aggregato urbano chiamato “Partana”. Da questi due dati, il Maurolico, storico messinese del Quattrocento, trae la convinzione che l’attuale “Partanna” sia la propaggine di quella “Partana” che a ragione si può intendere come “quasi spartana”. Lo avvalorerebbe il fatto che essa si trova nella Sicilia occidentale tra Selinunte e Segesta. Il Mendolia, aderendo alla tesi del Maurolico, tenta di dimostrare, con articolate argomentazioni filologiche, come nel tempo il nome di “Partana” si sia trasformato in quello di “Partanna”. Mentre, nel contempo, riferisce di numerosi reperti archeologici greci, di cui mostra di trovarsi in possesso, dandone addirittura una rappresentazione grafica. Di avviso diverso è Antonio Varvaro Bruno, che, forte del fatto che di tale periodo storico non esistono documenti in cui venga citato il nome di “Partanna”, ne esclude l’esistenza. E tuttavia non può fare a meno di riconoscere che “di tale epoca greca nelle nostre contrade restano molte vestigia di storia e d’arte”: tombe greche con arredi e ceneri di cadaveri cremati, anfore, vasi, una statuetta, una mezza maschera. Il che non può non far pensare alla presenza in questo territorio di un insediamento greco più o meno strutturato.

   Al Muqaddasi

Il primo documento in cui compare in maniera chiara ed inequivocabile il nome di “Partanna” è un trattato arabo del 988 dal titolo “Le divisioni più acconce a far conoscere i climi della terra”, pervenuto a noi nella traduzione eseguita da Michele Amari negli anni 1857-87 e pubblicata sotto il titolo di “Biblioteca arabo-sicula”. In essa l’autore, Abdalla al Muqaddasi, tra l’altro, elenca ventinove località della Sicilia araba tra cui, al 29° posto, figura Barthannah, anzi, per la precisione, Bartannah con la “t” sottopuntata ad indicarne l’aspirazione. Che si tratti del nome corrispondente a “Partanna” lo dimostra il fatto che nello stesso elenco figura Barthiniq (Partinico), che avvalora la giustezza della lettera iniziale “B” mancando l’alfabeto arabo della lettera “P”. Sulla forma araba della parola Partanna si è innescata una curiosa diatriba. Il tutto nasce dalla trascrizione dal testo dell’Amari effettuata dal Varvaro Bruno nella sua “Partanna nella storia …”. Lo storico partannese scrive ripetutamente “Barthamnah”, con “mn” finali. Nel 1997 Antonino Bencivinni mette in evidenza l’errore in cui era caduto il Varvaro Bruno, evidenziando che l’Amari aveva scritto “Barthannah”, con la doppia “n” finale. Nonostante la segnalazione del Bencivinni ripetuta anche su Kleos, però, quasi tutti continuano a scrivere “Barthamnah”. E dire che lo stesso Varvaro Bruno nella sua opera “Partanna e la lapide dei Paternò nel Museo Biscari di Catania”, pubblicata a Palermo presso la Società Siciliana per la Storia Patria nel 1952, per ben due volte adotta la forma “Barthannah”: prima, a pag. 9, ricorda che “Nel 988 la si trova scritta ‘Barthannah’ in Muqaddasi”; e poi, a pag. 30, specifica addirittura che “la nostra Barthannah nel 988 aveva citato Muqaddasi, con tale grafia della TH aspirata e della N raddoppiata”. La cosa curiosa è che sia nella prima che nella seconda opera, a piè delle rispettive pagine, una identica nota rimanda a “M. Amari – Biblioteca arabo-sicula, vol. I, appendice, cap. VII”. Cosa sia accaduto tra il 1952-53, data di pubblicazione della dissertazione sulla “lapide dei Paternò”, ed il 1954-56, data di pubblicazione della sua “storia”, per far cambiare al Varvaro la grafia in questione non è dato sapere. Si tratta di un errore di stampa, dunque, o di un ripensamento dell’autore a seguito di nuove indagini?

   Aretio

Nel Cinquecento, accanto alla tesi del Maurolico, accolta dal Mendolia, che vuole Partanna fondata da popolazioni spartane, si affaccia l’ipotesi delle origini ennesi. A proporla è Claudio Mario Aretio, un umanista siracusano della prima metà del secolo XVI. Nella sua opera “Del sito di Cicilia”, (riportato dal sacerdote caldeo Beroso ne “I cinque libri de le antichità”, dato alle stampe in Venezia, per i tipi di Baldissera Costantini nel 1550), l’Aretio così si esprime a pag. 252: “Parimenti non si ha l’origine di … Partanna, se non è parte di Enna”. Come è facile notare, l’Aretio, mentre esclude in maniera categorica ogni precedente tesi, abilmente insinua l’ipotesi che possano essere stati dei colonizzatori ennesi a fondare Partanna, basandosi sulla commistione di “Pars” e di “Ennae”, quasi a voler significare, con evidente forzatura, “Partanna-parte di Enna”.

Massa

Il gesuita Giovanni Massa, all’inizio del ‘700, però, demolisce sia l’ipotesi della partanna spartana che quella della Partanna ennese. Ne “La Sicilia in prospettiva, esposta in veduta da un religioso della Compagnia di Gesù”, pubblicata in Palermo nella stamperia di Francesco Cichè, il gesuita palermitano a pag. 273 della parte 2^ così si esprime a proposito di Partanna: “Terra, di cui ignorandosi il Fondatore, dubita l’Aretio se sia stata edificata dagli habitatori di Enna, hoggi appellata Castrogiovanni, tanto che l’etimologia di Partanna sia ‘Pars Ennae’. Ma il Maurolico tutto altrimenti potendo l’etimologia di questo nome, dice Partanna quasi Spartana; non saprei, però, in che la fondi”. Il Massa, tuttavia, non avanza alcuna altra ipotesi, limitandosi ad annotare che Carafa, Fazello e Pirri adottano la forma “Partanna”; Maurolico quella di “Partana” e Cluverio quella di “Partanum”. Di quest’ultimo, però, manca ad oggi ogni riferimento.

Fazello

La prima volta in cui il nome di Partanna è legato ad una descrizione dei luoghi e ad una sua caratteristica specifica la si registra in un’opera del 1558 di Tommaso Fazello, “De Rebus Siculis Decade Duae” pubblicata a Palermo presso Giovanni Matteo Maida e Francesco Carrara (Tradotta da numerosi autori, tra cui P. M. Remigio Fiorentino che la dà alle stampe in Palermo presso la Tipografia di Giuseppe Assenzio nel 1817). Il Fazello, un domenicano originario di Sciacca, nell’opera suddetta a più riprese si occupa di Partanna. Dapprima, nel cap. IX, inserisce “Partanna” in una “Descrizione a guisa d’indice dei luoghi dell’entroterra siciliano”. Successivamente, a proposito di “Ludovico re di Sicilia” cita “Giovanni Graffeo” appellandolo “Signore del castello di Partanna”. Infine, mette in evidenza che (superata Gibellina) “segue due miglia lunge verso tramontana la Badia di Santa Maria dell’Habita, dell’Ordine di S. Benedetto, dalla quale è otto miglia discosto il castello di Partanna, famoso per la bontà dei vini che vi si fanno. E dopo Partanna due miglia segue la rocca di Biggini”. In poche righe il Fazello riesce a dare la collocazione geografica di Partanna, il riconoscimento di un prodotto caratteristico della sua terra, il vino, di cui va famosa, nonché la conferma dell’esistenza, già nel sec. XVI, della Torre Biggini.

Pirri

Una descrizione di Partanna ancor più particolareggiata la si ritrova in un’opera del 1630-33, “Notitiae Siciliensium ecclesiarum”, di Rocco Pirri, ristampata, poi, con numerose aggiunte, in quattro volumi dal titolo “Sicilia sacra”, a Palermo nel 1644-47 e successivamente nel 1733, presso gli eredi di Pietro Coppola. In essa l’abate netino, così descrive Partanna: “castello antico, famoso per il vino e per le melarance, e più nobile per aver ricevuto la dignità di Principato il 10 Agosto 1627, abitata da 1172 famiglie e 4992 cittadini, signoria dell’antichissima e nobilissima stirpe dei Graffeo dopo Maniace Vicario dell’Imperatore in Sicilia. Oggi è 1° principe Guglielmo per diritto ereditario”. Fedele al suo intento di esporre la realtà religiosa di Sicilia, il Pirri, poi, si diffonde in mille particolari, non sempre corretti, su chiese, conventi e istituzioni pubbliche. Riferisce così dell’esistenza della “Parrocchia della Chiesa Madre intitolata a S. Maria della Catena, il cui Arciprete ha la rendita di once 60 e di salme 40 di frumento: per la fabbrica del nuovo tempio once 2196.6”. Evidentemente, il Pirri incorre in un equivoco scambiando la chiesa dei francescani con la Chiesa Madre, da sempre dedicata al SS. Salvatore o, meglio, alla Trasfigurazione del SS. Salvatore. Degna di nota la notizia che ancora al 1633 sono in corso i lavori per il completamento della nuova matrice. Ricorda, poi, i tre Conventi esistenti a quella data: quello dei “Minori Conventuali fondato nel 1434, con 8 frati e once 145,20”; quello dei “Cappuccini nella chiesa di S. Andrea fuori le mura, fondato nel 16…, sol.14”; e infine “l’antichissimo cenobio dei Carmelitani con 9 frati e once 148,22”. Ora, a parte l’incertezza sull’anno di fondazione del Convento dei Cappuccini, è chiaro che le notizie relative al Convento dei Carmelitani si riferiscano a quello antico, adiacente al Castello, giacchè il nuovo verrà abitato solo nel 1746. Un discorso a parte meritano le notizie riguardanti “i padri dell’oratorio di S. Filippo Neri, fondato nel 1637 dal P. Giuseppe Rosso”: preti secolari che vivono in comunità, secondo la regola di S. Filippo Neri, presso i locali della “Chiesa di S. Maria”, posta all’incrocio tra le attuali vie Selinunte e Vernagalli. L’elenco delle citazioni si conclude, infine, col “Monte di Pietà e l’Ospedale di S. Antonio, con once 79,4”, e due Confraternite: “la Società del SS. Sacramento con once 100” e quella de “le anime del Purgatorio con once 59,6”.     (Continua)

Nino Passalacqua

 

 


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