di Vito Piazza I freudiani ortodossi parlano di amnesia infantile. A dare consistenza a questa teoria fu proprio la figlia di Freud, Anna, a parlarne. Esaminando lo sviluppo psichico degli esseri umani e in particolare la memoria, ebbe modo di notare che ogni essere umano ricorda fatti recenti e lontani ma si arresta ad un certo punto, un limite invalicabile dove comincia il buio, un buio invalicabile oltre il quale la memoria si arresta come rinserrata in un forziere. Malgrado gli sforzi per scardinarlo, il forziere resiste, tetragono agli sforzi di quegli psicologi in cerca di visibilità e di guadagni facili a scapito del gonzo di turno. Il punto di non ritorno si arresta ai 4 o 3 anni: più in là il Lete, il fiume dell’oblio. La chiamano amnesia infantile, non si ha più memoria né ricordi. Bisogna ricorrere all’esterno, alle testimonianze, ai documenti, ai libri, al volenteroso storico Antonio Varvaro Bruno:
“Le spaziose vallate dolcemente salienti dalla riva destra del fiume Hypsa, ora detto Belice, e dalla sinistra del Selinus, or detto Modione, convergono quasi ad uguale distanza a formare un ampio ed aprico pianoro. Naturale e amena terrazza, ove termina la centrale delle tre catene, va via via allargandosi verso tramontana e raggiunge 540 metri in contrada Montagna detta ‘Punta d’Amari’. A mezzogiorno il sottostante declivio, appena sensibile che par quasi pianura, digrada fino alla costa vicina, compresa tra le due foci. Il pianoro s’arresta invece elevato, panoramico: quasi ritroso di bagnarsi, come l’Erice e il Cronio vicini, nell’onda invernale fluttuosa, ma pur vago d’affacciarsi sulla distesa glauca del Mare Nostrum…”.
E’ tutto inutile. Non si ricorda o non si vuole rcordare?
Qui ha sempre regnato la conformità, imposta senza fatica da chi aveva il potere o la ricchezza o comunque da chi avesse voce in capitolo, gli opinion leaders, quelli che i sociologi chiamano autorità epistemiche e che invece vivono – hanno sempre vissuto – di maldicenze e pettegolezzi. Qui nessun’etica interiore, i valori sono quelli relativi alla reputazione: fatti la fama e curcati, vale a dire che se vivi senza l’approvazione sociale o non sei nessuno o rischi lo stigma che ti porterai dietro per tutta la vita: questo il vero battesimo popolare che qui è quello che conta. L’origine o almeno il fondamento antropologico è nei proverbi, unica fonte di cultura che resiste ad ogni futuro, ad ogni novità. Che i proverbi qui siano più brillanti e vitali che altrove è un fatto innegabile vuoi perché la Sicilia ne ha il primato numerico (Il Pitrè ne contò tredicimila a fronte di tutte le altre regioni che messe insieme ne contavano, novemilacinquecento) vuoi per la caratteristica di questa terra che li ha generati e che li esprimono in frasi più animate, più brillanti che quelli delle altre popolazioni, essendo la Sicilia la terra dove miti sono i costumi, prossimo il cielo, balsamica ed olezzante l’aura che si respira, caldi gli affetti, svelti gli spiriti, accesi in quel foco, di che fiammeggiano i nostri vulcani.
Per i partannesi la terra è piatta e si è perso da sempre l’interesse per le idee. Cicerone sosteneva che nessuna azione o situazione non può mancare di finire sempre con una battuta, un calembour, un motto di spirito, un proverbio che fa ridere. E se la reputazione è la sintesi di tanti pettegolezzi, si avrà un’idea seppur vaga di come i partannesi abbiano preso atteggiamenti e comportamenti in grado di salvarli da una cattiva reputazione. Fare bella figura, dare di sé una buona impressione, ma soprattutto non dare motivo di essere sparlati è da sempre la filosofia di vita di ogni “buon” partannese. Qui vive la conformità.
No. I partannesi sono stati convinti, come Pangloss, che vivono nel migliore dei mondi possibili. E le convinzioni sono talmente profonde e radicate da essere connaturate. Qui, in questo paese, quando si alza il sipario, la tragedia è già compiuta. Si reciterà solo una replica e poi una replica e poi un’altra ancora, tanto che personaggi e interpreti sono una cosa sola. Qui non esiste il dolore dell’animo o quello che riguarda uno specifico del corpo, esistono I DOLORI, li dulura. E non parliamo di mali seri perché qui anche un male serio viene declassificato. Il diabete per esempio. Qui è femminile, ha la grazia e la gentilezza di una donna, la chiamano con il nome femminile, LA diabete. E per quanto riguarda gli universali e pandemici DULURA i partannesi giocano al rialzo: li me dulura sono più dulura dei tuoi.
Si può dire che ogni partannese, impossibilitato a scassinare il proprio forziere, continua a vivere portando sé fanciullo come una spina nel cuore. Perciò Partanna è una città triste. Forse i partannesi sono convinti che nella loro mente esiste un homunculus che pensa al posto loro. Sono liberi, ma non lo sanno. E perciò per loro nessun cambiamento: ci sarà sempre NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE.
Vito Piazza



