Non tutti sanno che – La Terra promessa

di Tino Traina – Non tutti sanno che il 17 marzo 1891, 576 emigrati italiani, quasi tutti meridionali, morirono nel naufragio della “Utopia” davanti al porto di Gibilterra; non tutti sanno che il 4 luglio del 1898, nel naufragio del “Bourgogne” al largo della Nuova Scozia, morirono 549 emigrati in gran parte italiani; non tutti sanno che 1198 emigrati in gran parte italiani morirono nei due naufragi della “Lusitania” il 25 giugno del 1901 e il 7 maggio del 1915; che il 4 agosto 1906 sulla costa spagnola di Cartagena, morirono 550 emigrati, in gran parte italiani, nel naufragio del “Sirio” e che 206 furono i morti tra gli emigrati italiani nell’affondamento del piroscafo “Ancona” del 7 novembre 1915 e 314 le vittime del naufragio della nave “Principessa Mafalda” al largo del Brasile il 25 ottobre 1927. Finanche nel naufragio del Titanic del 14 aprile 1912, dei 41 italiani che vi perirono, solo 10 erano passeggeri, tutti gli altri erano lavoratori, prevalentemente piemontesi, emigrati in Inghilterra ed ingaggiati come camerieri da Luigi Gatti, allora gestore del lussuoso ristorante della nave. Ai morti per naufragio bisogna aggiungere le incalcolabili vittime di malattie che si contraevano durante i viaggi, stipati uno sull’altro per settimane in condizioni igieniche spaventose, e quelle sul lavoro, vere e proprie stragi come quella di New York del 25 marzo 1911, quando l’incendio di una camiceria uccise 146 donne di cui 39 italiane o quella del 6 dicembre 1907 del crollo nella miniera di Monongah nel West Virginia in cui morirono più di 500 italiani, superando quell’altra più nota di Marcinelle in Belgio in cui morirono 262 minatori di cui 136 emigrati italiani. Questo il tributo, ma solo parziale, pagato dagli italiani emigrati in cerca di lavoro dal 1876 al 1927. Si comprende quindi come, nell’ambito delle grandi migrazioni di popoli, quale quella di questi tempi, soprattutto dall’Africa, un Paese che è stato fortemente e tristemente interessato dal fenomeno migratorio di dimensioni bibliche, sia proprio l’Italia, come si può vedere pienamente visitando il Museo dell’Emigrazione italiana di Roma. Volendo fare dei paragoni quantitativi, dobbiamo riferirci all’emigrazione forzata della tratta degli schiavi, di origine africana, verso le Americhe tra il XVI e XIX secolo, ben 11-12 milioni di schiavi. Anche quando non avvengono con la violenza delle armi e del rapimento, le emigrazioni sono da considerare quasi sempre forzate, perché hanno la loro origine nelle condizioni precarie di vita, o peggio di sopravvivenza, nel proprio luogo di nascita, per cui si parte con la speranza di una vita migliore per sé e la propria famiglia. Un altissimo tasso di povertà, di mortalità, soprattutto infantile, per le scarse condizioni igieniche, sanitarie e nutritive, caratterizzava il Regno d’Italia, dell’Italia post-unitaria, che era un paese prevalentemente agricolo, ad altissimo tasso di analfabetismo, la cui popolazione era flagellata dalla fame, dalle malattie infettive come la malaria, la tubercolosi, il colera e da quelle carenziali come la pellagra, con una durata della vita media ridotta a 35/40 anni. Già nel Medio Evo partivano dall’Italia uomini non tanto per necessità ma perché chiamati da altri paesi per la loro fama di artisti o di artigiani, quali quelli voluti dalla Francia conquistata dall’Architettura italiana del ‘500, per cui marmisti, giardinieri, falegnami, sarti, tessitori e lavoratori del vetro furono richiesti e accolti a centinaia; nel ‘600 grandi città europee, come Vienna, furono costruite con l’apporto fondamentale di centinaia di artigiani e da architetti italiani fino a costituire in quelle città vere e proprie comunità di artisti, artigiani e architetti italiani; nella Russia degli zar, furono architetti e scalpellini italiani a costruire le mura del Cremlino e a decorare le cattedrali di Mosca e San Pietroburgo Pochi sono i dati statistici dell’emigrazione forzata di lavoratori italiani verso l’Europa e l’America prima dell’Unità d’Italia. Sarà il nuovo Stato Italiano, a partire dal 1876, a registrare i lavoratori italiani che andavano a lavorare all’estero, creando così una statistica dell’emigrazione. Sarà il porto di Genova il principale punto di partenza del flusso migratorio, già a partire dalla metà dell’Ottocento, verso il Sud America e il porto di Napoli verso il Nord America. Giustino Fortunato (1848-1932), politico e storico di fama, fu tra i primi ad occuparsi delle condizioni di arretratezza culturale, economica e sociale del Meridione nell’Italia appena unificata. Si emigrava letteralmente per la fame ed era il mondo contadino del Meridione ad essere di gran lunga interessato in seguito al fallimento e alla repressione dei movimenti sociali, politici e sindacali tesi al miglioramento delle condizioni di vita del bracciantato contro il padronato agrario. A spingere alla emigrazione si aggiunse insopportabile la coscrizione obbligatoria che svuotava i campi della forza lavoro giovanile e la grande richiesta di manodopera edilizia in America per la costruzione delle grandi metropoli. Dal 1876 al 1915 ben 14 milioni di italiani emigrarono in Europa ma soprattutto nell’America meridionale, Argentina e Brasile, dove l’abolizione della schiavitù (1888 in Brasile) costituì un notevole incentivo all’immigrazione, tanto che nel 1905, nella città di San Paolo, su 260.000 abitanti, 112.000 erano italiani. A partire dagli inizi del 1900 l’emigrazione ha un cambio di rotta, non più il Sudamerica sarà la meta preferita, ma il Nord America con una media emigratoria giornaliera di circa 1000 italiani, fino a 376.000 nel 1913. Per quanto utili alle economie locali, soprattutto dopo l’abolizione della schiavitù, gli italiani furono socialmente emarginati e indesiderati. A New Orleans alla fine dell’800 c’erano 30.000 italiani che il sindaco di quella città definì “sudici“ e nel 1891, per l’uccisione del capo della polizia, furono processati e assolti 11 italiani che però furono poi uccisi dalla folla inferocita. Gli italiani erano considerati esseri inferiori, assieme ai negri africani e alla popolazione del Sudamerica, secondo la concezione culturale di allora in quei luoghi del darwinismo sociale che riteneva la popolazione anglofona razza superiore. Dei 14 milioni di italiani che emigrarono in cerca di lavoro nei quarant’anni di emigrazione di massa (1876-1915), circa 8 milioni scelsero le Americhe e 6 milioni l’Europa (Francia, Austria-Ungheria, Svizzera, Germania), con l’unica ricchezza della forza delle loro braccia, sfruttati, umiliati e in condizioni di vita disumane. Alla luce di tutto questo, oggi, come non chiedersi quanti di noi siamo figli o nipoti di quella sfortunata gente, come non essere solidali con chi ancora oggi abbandona la propria terra devastata dalla guerra, dalla persecuzione politica, dalla fame, come non accoglierli, come non chiamarli fratelli?

Tino Traina


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