KLEOS - giovedì, 26 Marzo 14:45

L’avugghia – l’avugghiola e la saccurafa

CASTELVETRANO – Quando si parla della donna, spesso si dice che non lavora, perché casalinga. Sorge così la convinzione che la casalinga si stia in casa a coccolarsi senza far niente. In merito non voglio fare nessuna polemica né in senso positivo e nemmeno in senso negativo. Come appassionato delle antiche tradizioni popolari dirò soltanto […]

CASTELVETRANO – Quando si parla della donna, spesso si dice che non lavora, perché casalinga. Sorge così la convinzione che la casalinga si stia in casa a coccolarsi senza far niente. In merito non voglio fare nessuna polemica né in senso positivo e nemmeno in senso negativo. Come appassionato delle antiche tradizioni popolari dirò soltanto che durante la civiltà contadina la donna era impegnata moltissimo nei lavori domestici. Non parlerò nemmeno dei suoi lavori domestici, dirò soltanto che usava molto l’ago, perché cuciva la biancheria intima, le camicie e spesso sapeva confezionare qualche paio di pantaloni e qualche vestitino semplice per i bambini. Aggiungo che i tessuti spesso erano lavorati dalla stessa casalinga con un rudimentale telaio che teneva in casa, dopo aver filato la lana, il cotone o altra fibra con il fuso.

La donna molto spesso sapeva ricamare e passava molte ore al telaio per preparare la dote alla figlia e quindi usava molto un ago molto fine, adatto per questo lavoro. Tante volte usava “l’avugghiola” (grossa avugghia=grosso ago)  per cucire sacchi di canapa o di iuta usando filo grosso o spago per tanti lavori casalinghi o per rinforzare tende coperte e altri lavori rustici; infine usava la “saccurafa” per cucire “zimmili” (contenitori fatti con foglie di palma nana = curina zinnittata, cioè ridotta a strisce). Forse deriva da “saccu” e “ràffia” cioè usa la raffia come filo, con un ago molto grosso per cucire sacchi.

             Vito Marino


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